|
Relativismo e pensiero debole: la perdita del fondamento
© di Rocco Vittorio Macrì
«La Verità con la V maiuscola che mai vuol dire? Quid est
Veritas, dobbiamo riconoscere che quel procuratore vedeva giusto e che era anzi
all’avanguardia. Bisogna mettere solo minuscole ovunque. “Tutto è relativo, ecco
il solo principio assoluto”, diceva già il nostro Padre Auguste Comte. Poiché
l’abbiamo fatta finita con il positivismo classico, è vero, ma il fatto è che
noi viviamo nel mondo di Auguste Comte: la Scienza (lato della ragione)
completata dal mito (lato del sentimento).»
Jacques Maritain, Il contadino della Garonna Ci troviamo
al culmine della diffusione di un fenomeno che appare ormai irrefrenabile:
ogni campo del sapere sembra intaccato e affetto da un’epidemia che lascia
poche speranze per il nuovo millennio. Si tratta del relativismo, struttura
portante del cosiddetto “pensiero debole”, che la "modernità" ha inflitto
alla nostra civiltà diffondendolo a dimensione planetaria sotto morfologie
solo apparentemente cangianti, come indifferentismo, nichilismo, mobilismo,
pirronismo, soggettivismo, individualismo, ecc., in campo ontologico,
gnoseologico, culturale, etico, terminologico, ...
E l’indebolimento del logos, nella nostra epoca, sta portando i suoi frutti:
si assiste - e spettatori passivi e inermi ci sentiamo tutti - ad un
consequenziale e inesorabile indebolimento del piano valoriale e semantico,
fonte di una metafisica distorta che – per dirla con le parole di Giovanni
Paolo II – consuma il mondo dei valori come «semplici prodotti
dell’emotività e la nozione di essere è accantonata per fare spazio alla
pura e semplice fattualità».
Effettivamente, siamo figli del pensiero debole, sfondo e respiro di un
mondo frantumato, senza più unità semantica. «La filosofia moderna – scrive
Giovanni Paolo II nella sua lettera enciclica Fides et ratio - ,
dimenticando di orientare la sua indagine sull’essere, ha concentrato la
propria ricerca sulla conoscenza umana. Invece di far leva sulla capacità
che l’uomo ha di conoscere la verità, ha preferito sottolinearne i limiti e
i condizionamenti. Ne sono derivate varie forme di agnosticismo e di
relativismo, che hanno portato la ricerca filosofica a smarrirsi nelle
sabbie mobili di un generale scetticismo. Di recente, poi, hanno assunto
rilievo diverse dottrine che tendono a svalutare perfino quelle verità che
l’uomo era certo di aver raggiunte. La legittima pluralità di posizioni ha
ceduto il posto a un indifferenziato pluralismo, fondato sull’assunto che
tutte le posizioni si equivalgono: è questo uno dei sintomi più diffusi
della sfiducia nella verità che è dato verificare nel contesto
contemporaneo».
Parole che riecheggiano – con infinite armoniche - il pensiero di quello che
potremmo definire “il difensore della verità e paladino dell’assoluto del XX
secolo”: Jacques Maritain, al quale il presente lavoro si ispira. Egli, come
Wojtyla, definisce «l’uomo come colui che cerca la verità». Nonostante «il
modernismo sfrenato d’oggi», «l’annuncio nietzschiano che “Dio è morto”»,
Maritain ha la forza di gridare: «La ragione è fatta per la verità, per
conoscere l’essere»! «Non c’è niente al di sopra della verità»! E tanto più
si indebolisce la verità, la «nostalgia dell’assoluto», tanto più si avanza
nello spirito di terrestrità, in quella «specie di inginocchiamento davanti
al mondo che si manifesta in mille modi».
Nelle pagine che seguono si tenterà di dare un volto e un percorso al
relativismo sottostante le espressioni di una modernità che, affetta da una
«cronolatria epistemologica», – per usare le parole di Maritain – porta alla
«logofobia», al prassismo e all’efficientismo contemporanei, alla perdita
del fondamento. Ed è lo stesso spirito maritainiano – nelle parole del Papa
- che, se ci mette in guardia da un lato dalle insidie di un’epoca nella
quale «ci si accontenta di verità parziali e provvisorie», forzatamente
«costretti a costatare la frammentarietà di proposte che elevano l’effimero
al rango di valore», dall’altro ci esorta a «non perdere la passione per la
verità ultima e l’ansia per la ricerca, unite all’audacia di scoprire nuovi
percorsi. È la fede che provoca la ragione a uscire da ogni isolamento e a
rischiare volentieri per tutto ciò che è bello, buono e vero. La fede si fa
così avvocato convinto e convincente della ragione».
1. La più antica reazione al relativismo
1.1 Il relativismo ha radici millenarie, che arrivano a toccare l'humus
speculativo della Sofistica del V secolo a.C., quella sorta di "Illuminismo
greco", che aveva come sua insegna l'uso libero e spregiudicato della
ragione in tutti i campi. Il primo e più importante Sofista, esponente di un
relativismo conoscitivo e morale, fu Protagora, famoso per il suo principio:
«L'uomo è misura di tutte le cose». Commenta Platone, riferendosi ad esso,
nel suo Teeteto: «Quali le singole cose appaiono a me, tali sono per me e
quali appaiono a te, tali sono per te: giacché uomo sei tu e uomo sono io».
Tramite la frantumazione della realtà in una miriade di interpretazioni
soggettive, il relativismo protagoreo minava alla base il concetto stesso di
“verità” e di “ricerca”. Il relativismo dei valori era poi il nucleo
fondamentale di tale dottrina. Infatti il riconoscimento della disparità dei
valori che presiedono alle diverse civiltà umane portava inesorabilmente a
quello che oggi viene chiamato relativismo culturale: «se qualcuno ordinasse
a tutti gli uomini di radunare in un sol luogo tutte le leggi che si credono
brutte e di scegliere poi quelle che ciascuno crede belle, neppure una ne
resterebbe, ma tutti si ripartirebbero tutto». Tutto ciò conduceva ad
"un'equivalenza di principio" delle opinioni; con le parole di Protagora, al
«tutto è vero». Tuttavia egli, nel vuoto di verità "forti", ammetteva un
"principio debole" come criterio di scelta e di legittimazione: quello
dell'utilità.
Se Protagora può essere visto come il precursore dell'"ontologia debole", un
suo contemporaneo - Gorgia di Lentini – potrebbe essere collocato come
precursore del nichilismo filosofico più radicale. Le sue tre tesi, infatti,
portano ad un agnosticismo impenetrabile: « - Nulla c'è; - Se anche qualcosa
c'è, non è conoscibile dall'uomo; - Se anche è conoscibile, è incomunicabile
agli altri». Con Gorgia troviamo la prima, esasperata messa in discussione
occidentale della metafisica. Scollegati dalla "verità", il pensiero e il
linguaggio perdono ogni valore. Se per Protagora abbiamo ancora un debole
criterio di verità, il giovevole all'uomo, l'utile, in Gorgia quel «tutto è
vero» si rovescia in «tutto è falso», uno scetticismo metafisico senza
finestre.
Un secolo e mezzo dopo, in piena età ellenistica, Pirrone di Elide,
considerato il fondatore della scuola scettica, avrebbe fatto suo un simile
scetticismo. Secondo Pirrone, al di fuori delle credenze e convenzioni
umane, sempre mutevoli, risulta per principio impossibile alcuna valutazione
o giudizio che resista al relativismo gnoseologico. Dunque, l'unico
atteggiamento legittimo, come diranno più tardi altri esponenti dello
Scetticismo, rimane l'epoché, la sospensione cioè di ogni giudizio. Ciò
porta, secondo Pirrone, all'imperturbabile serenità della mente:
l'atarassia. Aggiungerà il suo allievo Timone di Fliunte che atteggiamento
veramente degno dello scettico è quello di non pronunciarsi su niente
(afasia). L'Accademia scettica di Arcesilao e la nuova Accademia di Carneade
seguiranno la stessa strada, cercando di "umanizzarla" tramite la
legittimazione all'uso del buon senso (eulogia) e della verosimiglianza. Gli
Scettici posteriori però, a partire da Enesidemo, sosterranno un ritorno al
pirronismo.
Possiamo riassumere i caratteri del primo relativismo universale della
storia occidentale con le parole di Maritain: «L'apparizione della sofistica
nel V secolo a.C., nel periodo di crisi filosofica e di scetticismo seguito
allo sforzo dei grandi "fisici" presocratici, e il predominio da essa allora
conseguito sull'educazione generale, segnavano l'avvento di un razionalismo
libero e ardito, ma che faceva della ragione un uso soprattutto negativo e
la cui prospettiva rimaneva ingenuamente empiristica. Chi se ne
meraviglierebbe? Quando la ragione non è ricondotta alle proprie profondità
dall'intuizione dell'essere o dall'esperienza del mondo interiore, essa si
trastulla nei sensi e tra i fantasmi, senza nemmeno rendersi conto che ne è
prigioniera».
1.2 La reazione al caos verbale e concettuale degli eristi, alla mancanza di
un punto d'appoggio fermo e incrollabile propagandata dai Sofisti, al
relativismo linguistico, conoscitivo e morale – “frammentatorio”
dell'ordine, del kósmos, in una molteplicità dissonante di opinioni -
accomuna gli sforzi di Socrate, Platone e Aristotele. La situazione a
quell'epoca doveva essere in qualche modo vicina al pensiero debole del
nostro tempo, al "vuoto ontologico" che Maritain si impegnò a combattere con
tutte le forze. «Nulla mantiene l'ordine delle cose se non la verità.
L'opera di spogliazione critica intrapresa dai Sofisti era fatta in nome di
un relativismo universale. Ma il relativismo, con il suo apparato negativo e
distruttore è, a dire il vero, assai prossimo a convertirsi in servile
sottomissione a regole in cui lo spirito non crede».
«Da una concezione della vita dominata da un relativismo generale e da una
universale messa in dubbio di ciò che può riferire la condotta umana a fini
e valori superiori al vantaggio dell'individuo», Socrate, per primo, prende
le distanze e individua le contromisure. I Sofisti avevano raggiunto l'apice
di un modo di ragionare ingannevole, capzioso, avente l'effetto di indurre
in errore attraverso l'inevitabile polisemia del linguaggio ordinario.
«Molti di loro erano uomini di intelligenza superiore, ma inebriati delle
apparenze e delle verosimiglianze nelle quali si spiega la ragione quando
discute delle nozioni comuni e non è ancora addestrata alle discipline della
concettualizzazione scientifica».
Se Protagora proclama che «L’uomo è misura di tutte le cose» e che «tutto è
vero», Socrate risponde che «se tutto è vero niente è vero», e Maritain
acutamente osserva che “l’ignoranza di Socrate”, quell’«io so di non sapere»
rinvia ad una verità, ad una scienza: «L'ignoranza socratica è una finzione
da cui non bisogna lasciarsi prendere»: «con il suo attaccamento
all'assolutezza della verità, Socrate difendeva la tradizione in un modo ben
più profondamente rivoluzionario di quello con cui l'attaccavano i Sofisti.
Emergeva così chiaramente la nozione di una conoscenza autenticamente
intellettuale stabilita a livello dei propri lumi e delle esigenze proprie
dell'intelletto - in una parola la nozione di scienza. Per questo Socrate
tiene tanto a renderci coscienti della nostra ignoranza. Quest'ignoranza,
almeno, io la conosco. Ma, se non avessi l'idea di scienza, potrei forse
avere quella della mia ignoranza?».
Da Socrate, che ha manifestato il bisogno di andare oltre il pragmatismo
protagoreo, parte lo sforzo intellettuale di Platone per cogliere un sapere
assoluto, capace di battere in breccia il relativismo dilagante,
responsabile del caos morale e civile. L'opposizione a tale relativismo
costituisce il cuore della sua dottrina delle idee, nucleo fondante della
filosofia platonica: «La dottrina delle idee nasce e acquista il suo
significato nella polemica contro il relativismo sofistico e contro il
mobilismo eracliteo». Sottolinea con maggior precisione Giovanni Reale:
«Platone era andato via via maturando e fissando la sua teoria delle Idee in
opposizione a due forme di relativismo: a) quello sofistico-protagoreo, che
riduceva ogni realtà e azione a qualcosa di puramente soggettivo e faceva
del soggetto medesimo la "misura" o "criterio di verità" delle cose (si
ricordi la proposizione protagorea "l'uomo è misura di tutte le cose"); e b)
quello di origine eraclitea, che, proclamando il perenne flusso e la
radicale mobilità di tutto, giungeva di fatto e di diritto a disperdere ogni
cosa in una molteplicità irriducibile di stati, e quindi giungeva a renderla
inafferrabile, inconoscibile e inintelligibile».
Il relativismo sofistico e il mobilismo eracliteo si dovevano arrestare,
dunque, di fronte alle Idee dell'Iperuranio platonico «che sono in sé e per
sé, sono l'essere puro, si trovano sempre e costantemente nella medesima
condizione e non subiscono mai alcuna sorta di mutazione». «La natura delle
cose non è relativa al soggetto, non è manipolabile a nostro capriccio.
L'essenza o natura o Idea delle cose è stabile, è assoluta. Se così non
fosse, non avrebbe senso alcun nostro giudizio né alcuna nostra valutazione,
di alcun genere. Platone è qui soprattutto preoccupato dei giudizi e delle
valutazioni morali [...] La dottrina delle Idee, pertanto, segna il
superamento del soggettivismo: la "misura" delle cose non è l'uomo, il
soggetto conoscente, bensì la "natura", l'"essenza", l'"Idea" o "Forma"
delle cose stesse».
In particolare, come lo stesso Maritain sottolinea, l'antirelativismo
platonico scolpisce un concetto di "valore" la cui assolutezza, verticalità
e dignità assesteranno un percorso che sarà battuto fino in fondo dallo
stoicismo: «L'etica di Platone enuclea e sottolinea, mette in rilievo la
nozione di valore con una forza eccezionale, e la fa passare al primo posto,
particolarmente per quanto riguarda il modo con cui viene misurata o
determinata la moralità degli atti umani».
L'"ago magnetico" che Platone utilizzò e dal quale si fece guidare doveva
essere sensibile al "mondo perfetto della matematica": «Nella formulazione
della dottrina delle Idee giocò un ruolo determinante l'influsso delle
scienze matematiche. Fu la riflessione matematica che aiutò Platone, in
misura considerevole, a scoprire la fondamentale distinzione fra sensibile e
intelligibile e la sua portata». Quello del suo discepolo Aristotele sarebbe
stato più sensibile alla logica (oltre alle «invarianti intelligibili» - per
usare le parole di Maritain - che sono a fondamento della "filosofia della
natura"), a quei princìpi primi irremovibili e supremi, come quello di
non-contraddizione. Aristotele ritiene che quest'ultimo non sia dimostrabile
ma che possa venir polemicamente difeso contro i suoi negatori - fra i quali
include proprio i Sofisti e gli Eraclitei - mostrando che, se questi ultimi
dovessero confutare la validità del suddetto principio, dovrebbero avvalersi
a tal scopo proprio dello stesso, riaffermandolo: «Il celebre "procedimento
elenchico" consiste, dunque, nella mostrazione della contraddittorietà in
cui cade chi nega il principio stesso. Infatti, chi nega il principio di
non-contraddizione si contraddice, perché proprio nel momento in cui lo
nega, ne fa uso. Dal punto di vista del "metodo" metafisico è questa,
probabilmente, la più cospicua scoperta aristotelica (peraltro largamente
preparata dagli Eleati e da Platone): le supreme verità irrinunciabili sono
quelle che, nel momento stesso in cui uno le nega, è costretto a farne
surrettizio uso, proprio per negarle, e, dunque, le riafferma negandole. È
questo l'"agguato" che tendono le verità metafisiche cui l'uomo non può
sfuggire: esse si riaffermano con prepotenza, nel momento stesso in cui si
cerca di calpestarle».
Per Aristotele, dunque, esiste "la verità", nucleo distruttore per ogni
forma di relativismo. Il libro II della sua Metafisica comincia proprio con
«La filosofia è conoscenza della verità»... Come dire che il relativismo è
tenebra, non-conoscenza.
2. Il relativismo moderno
2.1 La rivoluzione copernicana segna una nuova era, un nuovo modo di vedere
le cose, una nuova immagine del mondo. Un nuovo capitolo del relativismo,
questa volta con i tratti di una presunta sapienza che scavalca i limiti
dell’umano, molto meno ingenuo del primo e quindi molto meno vulnerabile, si
innesta e prende forma rimodellandosi sulla struttura concettuale della
neo-nata scienza moderna. La sostituzione della «millenaria concezione
dell'universo elaborata da Aristotele, e scientificamente precisata alcuni
secoli più tardi da Tolomeo», avrebbe insidiato la conquista di
quell'"Assoluto" di Platone e Aristotele, vanificando gli sforzi dei più
grandi pensatori del mondo antico.
In un articolo del 1916 e apparso in lingua tedesca nel '17, Freud "scattava
un'istantanea" di quell'immagine del mondo che si era creata con la nascita
della scienza moderna, sottolineando le "umiliazioni" inferte da questa al
narcisismo umano:
«Vorrei mostrare come al narcisismo universale, all'amor proprio
dell'umanità, siano state fino ad ora inferte tre gravi umiliazioni da parte
dell'indagine scientifica. a) Dapprima, all'inizio delle sue indagini,
l'uomo riteneva che la sua sede, la terra, se ne stesse immobile al centro
dell'universo, mentre il sole, la luna e i pianeti si muovevano attorno ad
essa con traiettorie circolari. [...] La posizione centrale della terra era
comunque una garanzia per il ruolo dominante che egli esercitava
nell'universo, e gli appariva ben concordare con la sua propensione a
sentirsi il signore del mondo. La distruzione di questa illusione
narcisistica si collega per noi al nome e all'opera di Niccolò Copernico nel
sedicesimo secolo. [...] Quando tuttavia essa fu universalmente
riconosciuta, l'amor proprio umano subì la sua prima umiliazione, quella
cosmologica. b) L'uomo, nel corso della sua evoluzione civile, si eresse a
signore delle altre creature del mondo animale. Non contento di tale
predominio, cominciò a porre un abisso fra il loro e il proprio essere.
Disconobbe ad esse la ragione e si attribuì un'anima immortale, appellandosi
a un'alta origine divina che gli consentiva di spezzare i suoi legami col
mondo animale. [...] Sappiamo che le ricerche di Charles Darwin e dei suoi
collaboratori e predecessori hanno posto fine, poco più di mezzo secolo fa,
a questa presunzione dell'uomo. L'uomo nulla più è, e nulla di meglio,
dell'animale; proviene egli stesso dalla serie animale ed è imparentato a
qualche specie animale di più e a qualche altra di meno. Le sue successive
acquisizioni non consentono di cancellare le testimonianze di una parità che
è data tanto nella sua struttura corporea, quanto nella sua disposizione
psichica. E questa è la seconda umiliazione inferta al narcisismo umano,
quella biologica. c) La terza umiliazione, di natura psicologica, colpisce
probabilmente nel punto più sensibile. L'uomo, anche se degradato al di
fuori, si sente sovrano nella propria psiche. [...] Tu ti comporti come un
sovrano assoluto che si accontenta delle informazioni del suo primo ministro
senza scendere fra il popolo per ascoltarne la voce. Rientra in te, nel tuo
profondo, se prima impari a conoscerti, capirai perché ti accade di doverti
ammalare; e forse riuscirai a evitare di ammalarti. Così la psicoanalisi
voleva istruire l'Io. Ma le due spiegazioni - che la vita pulsionale della
sessualità non si può domare completamente in noi, e che i processi psichici
sono per sé stessi inconsci e soltanto attraverso una percezione incompleta
e inattendibile divengono accessibili all'Io e gli si sottomettono -
equivalgono all'asserzione che l'Io non è padrone in casa propria. Esse
costituiscono insieme la terza umiliazione inferta all'amor proprio umano,
quella che chiamerei psicologica».
Non è difficile individuare – puntando lo sguardo da una certa prospettiva –
il percorso di queste “orme ancora fresche”, il filo d’Arianna che le
collega, lo schema mascherato, il disegno sottostante, la filosofia
"anti-tomista" che porta la firma del nuovo e implacabile relativismo,
l’indebolimento generato dalla perdita del rapporto privileggiato con
l’assoluto:
«Il copernicanesimo significò prima di tutto il rifiuto di ogni
organizzazione intrinseca dell'Universo. Il fatto che il centro del mondo
fosse spostato dalla Terra al Sole fu un aspetto minore della rivoluzione.
Ciò che contò è che non esistesse più un corpo privilegiato. Nel tempo di
poche generazioni, l'Universo non avrebbe avuto più alcun centro e sarebbe
diventata legge il "Principio Cosmologico", secondo cui ogni punto
dell'Universo vale l'altro. I corpi astrali furono affidati ad una
"meccanica celeste" che sapesse solo di masse e di distanze, e rifiutasse il
compito di dar conto di qualunque tipo di costellazione o di configurazione,
e in genere di qualunque situazione iniziale.
La conversione della biologia in teoria probabilistica meccanica fu
realizzata dalla teoria darwiniana e soprattutto dalle sue riletture
genetiche. Lo stesso L. Boltzmann (1844-1906) asserì che la "teoria cinetica
dei gas" gli era stata ispirata dal darwinismo. I viventi di Darwin sono
corpi senza "natura" e senza "tendenze", vaganti nel vuoto a misurare sugli
"urti" la loro forza e il loro diritto all'esistenza.
Del darwinismo è stato detto (Freud) che esso ha spostato l'uomo dal centro
della natura vivente, compiendo una sorta di rivoluzione copernicana».
In particolare, la nuova scienza, sembra operare un taglio netto con le
cause finali e formali aristoteliche: lo «schema aristotelico della
spiegazione fisica (cioè la sua statica del luogo naturale e la sua dinamica
delle cause efficienti guidate dalle cause finali, in quanto nulla avviene
in natura senza uno scopo o una spiegazione) [viene] criticato e
modificato». La ricerca delle “cause finali” verrà rimpiazzata da quella
«delle cause materiali (corpuscoli, elementi chimici, cellule
protoplasmatiche), delle cause efficienti (forze elastiche, attrazione
gravitazionale, leggi della dinamica) e delle cause formali (funzioni
matematiche di forza, di energia ecc.)». La scienza moderna - e qui con
questo termine si intende la linea “morfo-epistemologica” caratteriale (e
contingente) adottata dalla nascita fino ai nostri giorni - è stata sempre
caratterizzata da una weltanschauung materialista (o, se vogliamo,
anti-spiritualista), non solo nel metodo seguito fin da Galileo, e cioè
quello di confinare l'esistenza alle sole realtà oggettive (e
conseguentemente negare le entità spirituali in quanto non osservabili), ma
anche nella speranza di fondo: spiegare tutte le cose, uomo compreso, a
partire dai mattoni primari che chiamiamo particelle elementari.
Scrive Richard Dawkins nella prefazione al suo Orologiaio cieco: «Questo
libro è stato scritto nella convinzione che la nostra esistenza fosse un
tempo il massimo di tutti i misteri, ma che oggi non sia più tale perché
l'enigma è stato risolto. Il merito di questa impresa va riconosciuto a
Darwin e a Wallace». Sottolinea giustamente Sermonti:
«All'evoluzionismo anti-aristotelico accadde in pochi decenni ciò che ad
Aristotele accadde nei secoli: di ricevere una accettazione così universale
da identificarsi con la Scienza. Il testo darwiniano divenne l'"ipse dixit"
che sostituì l'"ipse dixit" aristotelico. Aristotele aveva risposto a tutte
le domanda e i neo-darwinisti (Dawkins) esclamarono: l'enigma è stato
risolto. L'evoluzionismo ha lentamente assunto il carattere di dottrina
ufficiale e ha iniziato una operazione tendente ad escludere come "non
scientifico" tutto ciò che fosse in contrasto con la teoria».
Lo stesso pensiero filosofico, a questo punto, attinge da questa nuova
immagine del mondo. Esclama Maritain in Antimoderno: «Innalzando se stessa a
giudice supremo della verità, la filosofia moderna non può che aborrire
profondamente il soprannaturale e tutto ciò che porta il segno di una verità
e di un'autorità superiori alla ragione».
2.2 «Col positivismo la scienza si proclamava unica forma di sapere
scientifico, respingendo nel mondo del probabile e dell'immaginabile tutto
quanto non potesse essere positivamente constatato». In questo modo
diventava manifesto ed evidente «il rapporto stretto di ateismo e
modernizzazione». Comte riassume in modo esemplare le caratteristiche del
positivismo e, avendo il pregio di uscire allo scoperto senza più veli
riguardo alla “nuova religione” dello scientismo, viene esaminato e
analizzato sotto "la luce dei riflettori" di Maritain. La "vecchia"
religione «appartiene al passato, che oggi non ha più nulla da dire e le sue
funzioni vengono ora esercitate dalla scienza sociale e dai suoi
sacerdoti... La scienza è una enorme spugna, che cancella dalla lavagna
della storia tutte le immagini mitiche, perché l'umanità possa, per mezzo
della tecnologia, scrivere le sue vittorie "magnifiche e progressive"».
In Comte abbiamo un abbattimento in blocco di tutta la metafisica elaborata
durante i secoli precedenti, e il volto pieno senza nascondimenti della
nuova filosofia emergente dalla neo-nata scienza. Si parlava precedentemente
del principio di finalità; ecco come viene bruciato da Comte, nelle parole
di Maritain: «Il principio di finalità: ogni agente agisce per un fine, è
una verità conosciuta di per sé. No!, mi dice Auguste Comte. Il principio di
finalità è un vestigio dello stato metafisico, bisogna sostituirgli il
principio positivo delle condizioni di esistenza. L'uccello vola perché ha
le ali, non ha le ali per volare; se non fosse realizzata la condizione di
avere le ali, non ci sarebbe uccello che vola: tutta la spiegazione è
questa».
Qual'è dunque, una volta tolto il velo, il vero volto della nuova immagine
del mondo? Con le parole di Comte: «Tutto è relativo, ecco il solo principio
assoluto»! Ecco la nuova metafisica della scienza. «Relativismo che concerne
non solo l'espressione della verità, inevitabilmente condizionata dall'epoca
e dall'ambiente, ma la verità stessa e i valori». Comte si appresta ad
usarla subito a tutto campo: «Non si tratta più di dissertare a perdita
d'occhio per sapere quale sia il miglior governo; non vi è nulla di buono,
non vi è nulla di cattivo assolutamente parlando; tutto è relativo, ecco la
sola cosa assoluta». Commenta Maritain: «Tutte le cose, e in primo luogo
tutti i nostri valori, sono inghiottiti dal tempo, sottomessi al tempo e
misurati dal tempo... Quanto più Comte avanzerà in età, tanto più insisterà
sul carattere fondamentale del suo principio e più ne estenderà la portata.
Esso si applica a tutti gli ordini. Lo spirito positivo ci domanda di
"sostituire dappertutto il relativo all'assoluto"».
Viene così tolta la maschera a quella metafisica nascosta tra l’intelaiatura
di quella che Maritain definisce «la scienza dei fenomeni». Ci ritornano in
mente gli antichi sofisti, il «tutto è vero» di Protagora e il vano affanno
di Socrate, Platone e Aristotele. La "verità", così tanto desiderata nel
mondo antico e medievale, viene schiacciata dal relativismo, dalla nuova
immagine del mondo:
«È la verità d'oggi che sarà falsa domani. In breve, non bisogna dire che vi
sono delle asserzioni puramente e semplicemente vere (assolutamente vere), e
delle asserzioni vere sotto un certo rapporto (relativamente vere), e che le
asserzioni esplicative della scienza dei fenomeni non sono vere che in
rapporto all'insieme dei fatti conosciuti, bisogna dire che non vi è alcuna
asserzione assolutamente vera. La verità come tale è relativa; la verità non
è immutabile; la verità cambia».
3. Le nuove umiliazioni inferte dalla scienza
3.1 «All’inizio del XVI secolo si è prodotto il profondo rivolgimento del
mondo moderno. Tutto quest’ordine intellettuale si è infranto. Il mondo
moderno, e intendo con questa espressione il mondo che sta finendo il suo
corso sotto i nostri occhi, non è stato il mondo dell’armonia della
saggezza, ma quello del conflitto della saggezza e delle scienze e della
vittoria della scienza sulla saggezza».
Così Maritain denuncia – in Scienza e saggezza - la tragedia intellettuale
che si è innescata con l’avvio della scienza moderna. E aggiunge: «Al di
sotto del piano della metafisica, nel mondo del primo ordine di astrazione è
scoppiato un dramma oscuro tra Conoscenza fisico-matematica e Conoscenza
filosofica della natura sensibile, le cui conseguenze sono state capitali
per la metafisica stessa e per il regime intellettuale dell’umanità». In
particolare: «Il tempo di August Comte… ha domandato la saggezza alla
scienza. Ma questa illusione si è rapidamente dissipata. Nella struttura
della scienza la matematica ha divorato tutto quanto poteva ancora restare
della filosofia. La matematica e l’empiriologia hanno distrutto
l’ontologia». Ora, tutto ciò, si traduce nel nostro tempo in una filosofia,
in una immagine del mondo tanto disumana quanto moderna, con inevitabili
riflessi in campo sociale, religioso e spirituale, come ben sintetizza Piero
Viotto:
«L’aver ridotto la fede alla ragione, come accade nel deismo moralistico di
Kant, la grazia alla coscienza soggettiva, come si manifesta nel naturalismo
psicologistico di Rousseau, e la Chiesa alla società umana, come si afferma
nel socialismo utopistico di Comte, significa aver neutralizzato il
Cristianesimo, lanciando nella storia semi di verità impazzite, perché non
più alimentate dalla sorgente soprannaturale. Di qui l’equivoco di certi
miti contemporanei, come egualitarismo illuministico e il messianesimo
comunistico. […] Si è giunti così al predominio della scienza sulla
saggezza, della tecnica sulla cultura, dell’azione sulla contemplazione,
della quantità sulla qualità».
E in verità, questi «semi di verità impazzite» cominciano a portare il loro
frutto. Le umiliazioni inferte dalla scienza al genere umano sono appena
cominciate. Si parla già dell’umiliazione inferta all’uomo dall’Intelligenza
Artificiale (IA): l’uomo sarebbe nulla di più che una macchina. Il pensiero,
le emozioni, i sentimenti, le sensazioni, l’intelligenza: roba da computer!
Ciò che per Aristotele era prerogativa esclusivamente umana, viene data in
pasto a degli ingranaggi, ingoiata dai transistor: dalla materia neuronale -
è ormai l’ultima sfida lanciata dalla scienza - si approda ai circuiti di
silicio. Oramai la classe degli scienziati e dei pensatori si sente
finalmente svincolata da quelle che loro stessi definiscono arcaiche e
infantili weltanschauung spiritualiste; togliendo ogni residuo
“platonico-cartesiano” di res cogitans si domandano candidamente insieme a
Rucker: «Sarebbe giustificato asserire che questi robot altamente evoluti
sono dotati di coscienza nello stesso senso in cui ne sono dotati gli esseri
umani?» In fondo si tratterebbe di esseri pensanti evolutisi «da un
substrato di metallo e di chips al silicio, come noi siamo esseri pensanti
evoluti da un substrato di aminoacidi e altre sostanze a base di carbonio».
«Il segreto dell’intelligenza è che non ha segreti. Il mistero e la magia
non abitano qui», ci assicura Marvin Minsky, il padre dell’IA.
Maritain aveva già previsto: «Ecco dunque che grazie al darwinismo i
fenomeni della vita perderanno il loro aspetto irriducibile e misterioso, e
si collocheranno nei quadri ordinari della causalità efficiente!». Le entità
spirituali appaiono agli occhi dello scienziato moderno come simboli
romantici del passato, lasciati magari come “foto ricordo” della vecchia
filosofia di S. Tommaso. Si chiede il famoso scienziato Paul Davies:
«Tuttora non è ancora immaginabile una mente senza cervello. Se Dio è una
mente, avrà dunque un cervello? Un cervello corporeo?». Fanno eco scienziati
come Changeux e Connes: «Nessuno dirà, salvo certi credenti, che il Verbo
esiste prima della Materia!». Tale è il livello di materialismo nel quale
stiamo per affondare. Giustamente osserva il biblista Sergio Quinzio:
«Evoluzionismo e progressismo […] sono il basso luogo comune della
modernità». Quanto risultano vere e attuali le parole di Maritain: «E si
vedrà che i pensatori moderni preferiscono di buon grado a priori, e senza
esitazione alcuna, dieci errori provenienti dall’uomo ad una verità
proveniente da Dio».
Ecco una sintesi del “credo” dell’uomo di scienza contemporaneo:
«Un’idea centrale, ad esempio, è che il mondo non è statico ed eterno, ma si
evolve nel tempo. Nel XIX secolo questa verità riguardava solo il mondo
biologico, mentre nel secolo successivo l’ipotesi evoluzionista è diventata
valida per l’universo nel suo complesso. Questa idea ha impiegato molto
tempo ad affermarsi, così come è dovuto passare un secolo perché le ipotesi
di Copernico fossero confermate. Si può dire che solo in questi anni ci
stiamo rendendo conto di cosa significhi un realtà in evoluzione perenne.
Inoltre, questa nuova filosofia naturale considera inutile, anzi ridicola,
l’ipotesi di una intelligenza superiore responsabile della bellezza e della
complessità del mondo. Si può sostenere, invece, che in un contesto
biologico la materia vivente si è creata e organizzata da sé a partire da
principi semplici, come la selezione naturale. Credo che lo stesso si possa
affermare per le leggi della fisica e la struttura del cosmo. […] La nozione
di proprietà assolute, come ad esempio quella di specie biologica, è
diventata altrettanto obsoleta dello spazio e tempo assoluti di Newton».
Evidente il contenuto relativistico di questo tipo di credo e di immagine
del mondo. «Darwin ha scoperto che l’evoluzione è un processo algoritmico,
cieco ma eccezionalmente efficace, per produrre gradualmente tutte le
meraviglie della natura. E’ un punto di vista riduzionista solo nel senso
che elimina i miracoli, i ganci che scendono dal cielo: tutto quello che ha
prodotto l’evoluzione attraverso le ere è stato fatto con semplici gru
terrestri». Più apertamente:
«Se si potesse dare l’oscar alla migliore idea mai avuta, lo darei a Darwin,
più che a Newton o a Einstein. La sua è più che una meravigliosa idea
scientifica. E’ un’idea pericolosa. Rovescia, o almeno sconvolge, alcune
delle convinzioni più profonde e radicate della psiche umana. Ogni volta che
si parla in pubblico di darwinismo, la temperatura sale e la gente cerca di
distogliere l’attenzione dalla questione reale, bisticciando diligentemente
su controversie marginali. Chiunque si sente in dovere di prendere posizione
ogni qual volta sente avvicinarsi l’uragano dell’evoluzione. L’idea di
Darwin è pericolosa perché sfila il tappeto da sotto il migliore
ragionamento filosofico mai concepito per dimostrare l’esistenza di Dio:
l’argomento del progetto. Come altro potrebbe spiegarsi il formidabile
progetto che sta alla base dell’ordine naturale, se non con la creazione di
un Dio infinitamente sapiente e potente? Come la maggior parte delle
argomentazioni che si fondono su una domanda retorica, anche questa non
risulta del tutto convincente. Tuttavia essa ha persuaso miliardi di
persone, almeno fino a quando Darwin non ha proposto una risposta
alternativa: la selezione naturale. Da allora la religione non è più stata
la stessa. Almeno agli occhi degli accademici, la scienza ha avuto la meglio
sulla religione. L’idea di Darwin ha relegato il libro della Genesi nel
limbo della mitologia pittoresca».
Come d’altra parte asserisce Monod: «Il caso puro, il solo caso, libertà
assoluta ma cieca, alla radice stessa del prodigioso edificio
dell’evoluzione […] L’universo non stava per partorire la vita, né la
biosfera l’uomo. Il nostro numero è uscito alla roulette». E ancora:
«L’antica alleanza è infranta; l’uomo finalmente sa di essere solo
nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per caso. Il suo
dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo». Commenta
Sermonti: «Vagando senza fini e senza idee la natura perde qualunque valore
e qualunque significato. L’accadere ha bisogno di una trama su cui
svolgersi, di un apparato di significati cui riferirsi. Se tutto ciò è
negato, allora si può ben affermare che nel mondo dell’evoluzione tutto si è
svolto senza che accadesse mai niente, tutto è diventato senza che mai si
verificasse alcunché di notevole. E allora come c’è il mondo? E’ semplice:
il mondo è niente, c’è per puro caso, potrebbe benissimo non esserci». La
risultante di tutto ciò ce la dà il nostro Maritain:
«Tutto si evolve, tutto cambia, tutto muta, le verità, i dogmi,
l'intelligenza, le leggi metafisiche, il bene, il male; l'energia diventa
pensiero, la magia diventa religione, le rappresentazioni sociali del clan
primitivo diventano la coscienza morale di Durkheim e dei suoi discepoli, il
totem diventa il loro dio, e lo slancio vitale, con il superuomo vago ed
evanescente che cerca di realizzarsi, produce ciascuno di noi, mentre i suoi
rifiuti lasciati per strada si perdono nell'animalità e nel mondo vegetale.
Insomma l'evoluzionismo s'affaccenda per far uscire qualcosa dal nulla, e
per estrarre geneticamente, soltanto con la forza del tempo, il superiore
dall’inferiore, il determinato dall'indeterminato. E così, se è in grado di
sfuggire al dominio esclusivo della quantità matematica, assoggetta, più che
mai, l'intelligenza alla materia».
3.2 Gli influssi nel campo etico come conseguenza della nuova immagine del
mondo sono, a dir poco, catastrofici. Un esempio ce lo offre James Rachels,
con molta crudezza e senza alcuna maschera:
«Dopo Darwin, non possiamo più ritenere di occupare un posto speciale nella
creazione - al contrario, dobbiamo renderci conto di essere un prodotto
delle stesse forze evolutive cieche e prive di finalità che hanno modellato
il resto del regno animale. E ciò, si afferma comunemente, ha una profonda
rilevanza filosofica.
Le implicazioni religiose del darwinismo sono state molto dibattute. Fin
dall'inizio, gli uomini di chiesa hanno sospettato e temuto che l'evoluzione
fosse incompatibile con la religione. Se le loro preoccupazioni siano
giustificate è ancora oggetto di discussione, e avrò molto da dire a questo
proposito. Ma il darwinismo pone problemi anche alla moralità tradizionale.
Non meno della religione, la moralità tradizionale presuppone che l'uomo sia
“una grande opera”. Essa attribuisce agli umani uno status morale superiore
a quello di ogni altra creatura sulla terra, e considera la vita umana, e
solo la vita umana, sacra, vedendo nell'amore per il genere umano la prima e
più nobile virtù. Che ne è di tutto ciò, se l'uomo non è che una scimmia
modificata?»
«[…] Può effettivamente essere vero che il darwinismo, che ribalta tutte le
nostre precedenti idee circa l'uomo e la natura, non abbia conseguenze
destabilizzanti? La moralità tradizionale è in parte fondata sull'assunto
che la vita umana abbia un valore e una dignità speciali. Se dobbiamo
rinunciare alla nostra concezione di noi stessi, e alla presuntuosa idea che
il mondo sia stato creato soltanto come dimora per gli umani, non dovremo
rinunciare allo stesso tempo agli elementi della nostra moralità che da tale
visione dipendono? Un’impressione che la scoperta di Darwin mini la
religione tradizionale, così come alcuni aspetti della moralità tramandata,
non se ne andrà, a dispetto delle sottili disquisizioni logiche su cosa
possa derivare da cosa, e a dispetto del fatto che possiamo non volerci
trovare fianco a fianco con gli avversari dell'evoluzione. Credo che tale
impressione sia giustificata. Esiste una relazione tra la teoria di Darwin e
queste più ampie questioni, anche se si tratta di qualcosa di più complesso
di una semplice implicazione logica. Io argomenterò che la teoria di Darwin
mina in effetti i valori tradizionali. In particolare, essa mina l'idea che
la vita umana abbia un valore speciale e unico.»
«[…] Il darwinismo, tuttavia, mina la dottrina tradizionale, in un senso che
spiegherò, privandola dei suoi sostegni. Esso mina tanto l'idea che l'uomo
sia fatto a immagine di Dio quanto l'idea che l'uomo sia l'unico essere
razionale. Inoltre, se il darwinismo è corretto, è improbabile che si trovi
un qualsiasi ulteriore sostegno per la dottrina della dignità umana. Tale
dottrina risulta pertanto essere l'emanazione morale di una metafìsica
screditata».
Tale è il baratro che si è spalancato con la modernità. L’uomo si trova a
maneggiare «semi di verità impazzite» con la stessa disinvoltura di un
bambino che per curiosità smonti un ordigno atomico capitatogli fra le mani.
Il relativismo che governa filosoficamente le “orme” appena accennate,
rimane da sfondo, da base strutturale e strutturante:
«Il particolare processo che abbiamo considerato consta di quattro stadi.
Nel primo stadio la moralità tradizionale viene accettata senza difficoltà
perché sostenuta da una visione del mondo che a tutti (o a una maggioranza
tale da rendere equivalente il risultato) appare degna di fiducia. La
prospettiva morale è ingannevolmente semplice. Gli esseri umani possiedono,
in termini kantiani, “un valore intrinseco, cioè dignità” che li rende
“superiori a ogni prezzo”; mentre gli altri animali “... non sono che dei
mezzi rispetto a un fine. Tale fine è l'uomo”. La visione del mondo che
sosteneva questa dottrina etica presentava parecchi elementi familiari: si
riteneva che l'universo, con al centro la Terra, fosse stato creato da Dio
soprattutto per fornire una dimora agli umani, fatti a sua immagine, e che
gli altri animali fossero stati creati a uso di questi ultimi. Gli umani,
pertanto, erano separati dagli altri animali, e avevano una natura
radicalmente diversa. Ciò giustificava il loro speciale status morale.
Nel secondo stadio tale visione del mondo comincia a sgretolarsi. Ciò aveva
avuto inizio, naturalmente, molto tempo prima di Darwin - si sapeva già che
la Terra non era il centro del cosmo, e invero che, come corpo celeste, non
risultava nulla di eccezionale. Ma Darwin completò l'opera, mostrando che
gli umani, lungi dall'essere distinti dagli altri animali, non solo sono
parte dello stesso ordine naturale, ma sono di fatto con essi imparentati.
Dopo Darwin, la vecchia visione del mondo era virtualmente demolita.
[…] Noi ci troviamo ora al terzo stadio, che sopraggiunge quando ci si rende
conto che la vecchia concezione morale, avendo perso i suoi fondamenti, deve
essere riesaminata. […] «La graduale illuminazione della mente degli uomini»
deve portare a una nuova etica, in cui l'appartenenza di specie sia
considerata virtualmente priva di importanza. La tesi più difendibile sembra
essere una qualche forma di individualismo morale, secondo cui ciò che conta
sono le caratteristiche individuali degli organismi, e non le classi cui
essi vengono assegnati. […] Comunque sia, i problemi posti dalla
disintegrazione della vecchia visione del mondo non possono più essere
evitati. Il quarto e ultimo stadio del processo storico sarà raggiunto se e
quando tali problemi saranno risolti e si troverà un nuovo equilibrio in cui
la nostra moralità possa ancora una volta coesistere senza difficoltà con la
nostra comprensione del mondo e del posto che in esso occupiamo».
Vittorio Possenti, nell’introduzione a Riflessioni sull’intelligenza e la
sua vita propria di Maritain, mette l’accento proprio sulle conseguenze
etiche e sociali che queste «detronizzazioni» hanno innescato, e il rischio
di un’umanità in balìa di un nichilismo “gorgiano” – una delle facce più
temibili del relativismo:
«Certo le rivoluzioni culturali degli ultimi secoli hanno costituito delle
sfide esigenti per il soggetto, sottoposto a tre distinte detronizzazioni:
a) la detronizzazione cosmologica, in quanto la terra e l’uomo non sono più
il centro del cosmo; b) la detronizzazione biologica, innescata dal
darwinismo secondo cui l’uomo non è superiore agli animali; c) la
detronizzazione psicologica, iniziata dalla psicanalisi, che identifica
nell'inconscio, non nell'io conscio, il livello basale e primario del
dinamismo psichico.
Queste specifiche detronizzazioni possono essere superate con un rinnovato
impegno a più livelli, di cui è momento essenziale la salvaguardia del
realismo. La sua negazione comporta quella della conoscenza reale e il
giudizio che la coscienza è naturalmente disposta all'errore e
all'autoinganno invece che alla verità: i maestri del sospetto non hanno
seminato invano.
Da qui al nichilismo il passo è breve. Per nichilismo intendiamo un
complesso filosofico-culturale denotato da alcuni almeno dei seguenti
caratteri: 1) dissoluzione di ogni fondamento (l'annuncio nictzschiano che «
Dio è morto », tradotto in chiaro esprime appunto la caduta del fondamento);
2) la negazione di ogni finalità dell'uomo e del cosmo; 3) la riduzione del
soggetto a mera funzione; 4) la pari validità di tutti i giudizi di valore
(asserzione che si può convertire nella seguente: invalidità di ogni
giudizio di valore; o anche: il valore non ha più alcun nesso con l'essere,
ma emerge dal fondo più oscuro dell'assoluta libertà del soggetto). Il
complesso metafisico-etico del nichilismo finisce per approdare al tramonto
della tensione conoscitiva e al declino del domandare».
Dunque Maritain, paladino dell’Assoluto, aveva ben individuato nel
relativismo la radice avvelenata della nuova immagine del mondo che si
sarebbe venuta a creare: «Tutte queste confusioni non provengono del resto
da una causa estranea, accidentale e imprevista, sopraggiunta un certo
giorno e paragonabile ad una malattia che avrebbe intaccato la limpida
purezza di una scienza innocente. No, erano presenti fin dall’origine stessa
della “scienza moderna”, ne circondavano la culla, l’hanno accompagnata
lungo il suo sviluppo». «L’asservimento al relativo è così… uno dei
caratteri più salienti della filosofia moderna in opposizione alla filosofia
scolastica, che vive dell’assoluto». In particolare, in Antimoderno, egli
fotografa la realtà attuale da una prospettiva verticale: «Alla sola idea
dell’assoluto questa ragione depravata cade in deliquio; all’idea del
soprannaturale, si esaspera. Ai suoi occhi il bene e il male sono pregiudizi
da ottentotti, il bello e il laido nozioni talmente “relative” che, senza
l’aiuto della selezione sessuale, si volatizzerebbero. La distinzione tra
superiore e inferiore, quando non si tratti di una differenza di temperatura
o del livello dell’acqua, le sembra mitologica o, in ogni caso,
singolarmente ereditaria. Ama l’uguaglianza dal basso, e per essa tutto
s’equivale e può intercambiarsi indefinitamente».
La conclusione di Maritain, a questo punto, è una riflessione che non riesce
più a sorprenderci, tanta è la coerenza e la linearità della sua analisi:
«Ciò che a loro [ai pensatori del mondo moderno] interessa non è la verità,
ma il modo con cui ci giunge; e poiché essi non cercano la verità, ma se
stessi, non accettano allora altra verità che non sia quella che passi
attraverso di loro. Si leggano ad esempio le speculazioni dei biologi
sull’origine della vita, si vedrà con quale dolce sicurezza scartano l’idea
di una creazione, perché è “teologica”, e vi sostituiscono le ipotesi più
assurde… Ciò che chiedono, reclamando la libertà della scienza, o della
ricerca, o del pensiero, non è la libertà di pervenire al vero: chi mai
penserebbe di negargliela e come una verità della scienza potrebbe mai
contraddire una verità della fede, tutt’e due essendo parti della stessa
verità e della stessa opera divina? Ciò che in realtà essi chiedono non è la
libertà della ragione, la libertà di essere ragionevoli, ma la libertà del
ragionamento, la libertà di ragionare senza regola e misura, la libertà
d’ingannarsi come vogliono, quanto vogliono, dovunque vogliono, senz’altro
controllo che loro stessi».
4. La perdita del fondamento
4.1 «La fisica di Newton con il suo rigido determinismo che vedeva
l’Universo come una grossa macchina animata da un moto perenne regolato da
leggi eterne ed immutabili, aveva trasfuso negli uomini dei secoli XVIII e
XIX un senso di certezza del domani favorevole allo spirito imprenditoriale
(siamo nel periodo della rivoluzione industriale) e alla conservazione di
certi valori umani tradizionali. Ed anche oggi noi troviamo un
impressionante parallelismo fra il pensiero scientifico moderno,
probabilistico, statistico, adogmatico, e l’incertezza spirituale della
grande maggioranza degli uomini e la tendenza all’annullamento
dell’individuo nella massa e l’abbandono di tanti valori tradizionali che
per millenni avevano rappresentato i geni spirituali della razza umana.
Questo stato ha creato un inconscio malessere negli uomini e negli ultimi
decenni si è parlato sempre più frequentemente di responsabilità della
scienza».
Parole che trovano eco nei vari campi del sapere. La geometria euclidea,
prodotto dello spirito squisitamente teoretico dei Greci, colonna portante
di quell’assoluto platonico che doveva resistere alle mutevolezze del mondo
sensibile, alla doxa protagorea e al panta rei eracliteo, - ancora nella
seconda metà dell’800 ritenuta privilegiata in quanto capace di imporre le
proprie leggi al mondo oggettivo, almeno, kantianamente, come scienza
sintetica a priori - veniva minata alle fondamenta: la detronizzazione
euclidea veniva attuata da Riemann tramite il suo concetto di curvatura alle
varietà pluriestese, concetto che seguiva la teoria delle superfici curve di
Gauss e che “decentrava” copernicanamente la geometria euclidea come una tra
le tante geometrie metriche possibili. Dopo due millenni di “glorioso legame
all’assoluto” la geometria euclidea subiva la stessa sorte che aveva visto
la Terra esiliata in periferia e l’uomo schiacciato verso l’ameba: la
perdita della certezza, il processo di relativizzazione del fondamento, il
decadimento da substantia ad accidens. Cedeva così quella barriera
iperuranica che Platone aveva mirabilmente posto contro gli attacchi dei
relativisti. In particolare, lo stesso fondamento intuitivo della geometria
subirà, all’inizio del ‘900, un primo attacco dal matematico tedesco David
Hilbert, il quale, introducendo una rigorosa prospettiva assiomatica che
prescinde da ogni riferimento all’intuizione, arriverà all’abbattimento in
blocco delle verità intuitivamente evidenti a favore di un formalismo
estremo. Altri attacchi arriveranno, oltre allo sviluppo delle geometrie
non-euclidee, dallo sviluppo dell’algebra astratta manipolante enti
matematici con procedimenti puramente formali, evitando ogni interpretazione
sulla natura di essi. L’abbattimento totale però avverrà con l’avvento della
seconda rivoluzione scientifica, a partire dalla teoria della relatività di
Einstein, che sigillerà in modo irreversibile la perdita dell’intuizione e
del senso comune, lasciando il posto al puro operazionismo: «Pertanto, non
solo la dottrina generale dell'intuizione intesa come fonte infallibile di
conoscenza è un mito, ma la nostra intuizione del tempo, [...] come lo è
[...] la nostra intuizione dello spazio».
4.2 La crisi della geometria euclidea mette in discussione il fondamento di
tutto l’edificio delle matematiche, le quali, fino allora, rimandavano in un
modo o nell’altro alla geometria l’onere di dimostrare la razionalità dei
metodi. Viene a proporsi così il problema dei fondamenti nelle scienze
matematiche, le quali sentono scricchiolare le basi e i punti d’appoggio. La
sacra tetraktys pitagorica viene “desacralizzata”, rompendo l’”unità” in
numerosi frammenti: Logicismo (Frege, Russell), Intuizionismo (Brouwer,
Weyl), Formalismo (Hilbert, von Neumann), Insiemismo (Zermelo, Fraenkel): al
congresso di Königsberg del 1930 il confronto fra le diverse correnti diede
«il senso e la profondità dei dissensi che dividevano i matematici sulle
questioni più importanti della loro scienza». Morris Kline, nel suo saggio
Matematica: la perdita della certezza, racconta con rara chiarezza e
lucidità il percorso e le difficoltà del pensiero matematico degli ultimi
cento anni:
«Gli sviluppi succedutisi nei fondamenti della matematica a partire dal 1900
sono sorprendenti; attualmente la matematica è in uno stato anomalo e giace
in una condizione deplorevole. La luce della verità non illumina più la
strada che deve essere seguita. Invece di un unico corpo matematico
universalmente accettato… troviamo ora diversi punti di vista in conflitto
fra loro… Oggi il disaccordo si estende fino a raggiungere i metodi di
ragionamento: la legge del terzo escluso non è più un principio logico
indiscutibile… In breve, oggi nessuna scuola può affermare con diritto di
rappresentare la matematica e sfortunatamente, come osservò nel 1960 Arend
Heyting, dal 1930 in avanti il clima di cooperazione amichevole è stato
sostituito da uno spirito di implacabile contesa».
La detronizzazione apportata dal celeberrimo teorema di Gödel non è
solamente applicabile al programma hilbertiano, ma è diventata contrassegno
della torre di babele che si è venuta a creare all’interno di quel «paradiso
da cui nessuno potrà scacciarci» - come si espresse Hilbert riguardo
l’edificio della matematica:
«Molti matematici si rifugiano in un angolo della matematica dal quale non
cercano affatto di uscire, e non solo ignorano quasi completamente tutto ciò
che non riguarda il loro argomento, ma non sono neppure in grado di
comprendere il linguaggio e la terminologia impiegata dai loro colleghi che
si definiscono specialisti di una disciplina lontana dalla loro. Non c’è
nessuno, neppure fra coloro che possiedono la cultura più vasta, che non si
senta spaesato in alcune regioni dell’immenso mondo matematico».
A tutto ciò deve essere aggiunta una troppo disinvolta trattazione
dell’infinito, che da Cantor in poi alimenta l’epidemia di operazionismo
scoppiata all’inizio del XX secolo. Avvisa candidamente Paul Davies che «le
proprietà degli insiemi (o collezioni) infiniti contraddicono sovente la
nostra intuizione e che d'altra parte il senso comune può generare dei
nonsense». Tuttavia, visto che l'uso e il funzionamento "operativo" di tali
proprietà è coerente ed efficace, la paura di questo mostro è stata
esorcizzata, e i matematici possono «far uso dell'infinito senza paura,
sempre che si attengano fedelmente alle regole, per strane che possano
apparire». Delle insidie di una “metafisica operazionista” che, traboccando
dall’atanor del pensiero scientifico moderno in cui è annidata, possa
contagiare l’intero pensiero filosofico parleremo più avanti. Adesso ci
preme sintetizzare, con le efficaci parole di Selleri, quanto appena esposto
riguardo a quello che potremmo definire come “debolismo matematico moderno”:
«Vi sono tre momenti nella matematica moderna che segnano altrettanti
aspetti della perdita di quelle certezze che il matematico aveva
tradizionalmente ritenuto di possedere:
1. La scoperta che nessuna contraddizione logica nasce dalla negazione
dell’assioma delle parallele (quinto postulato di Euclide) e la nascita
delle geometrie non euclidea
2. mostrarono che esistono infinite geometrie possibili, tutte perfettamente
razionali. E siccome il mondo reale è uno solo, moriva così la “certezza” di
una corrispondenza biunivoca fra matematica e realtà.
3. La scoperta delle “antinomie” all’interno della teoria degli insiemi
mostrò che si potevano dedurre in modo assolutamente rigoroso delle vere e
proprie contraddizioni a partire da affermazioni o da principi la cui
evidenza sembrava incontestabile (si pensi all’antinomia di Russell).
Spariva così la “certezza” che l’evidenza empirica potesse suggerire
affermazioni o principi di assoluta validità.
4. La scoperta del celeberrimo teorema di Gödel: data una teoria formale
sufficientemente potente da esprimere almeno l’aritmetica dei numeri interi,
questa teoria non può essere al tempo stesso coerente e completa. Cioè, se
si vuole che essa sia coerente si deve necessariamente rinunciare alla sua
completezza… Spariva così anche la “certezza” nella potenza logica della
matematica. […] I risultati di Gödel ebbero chiaramente conseguenze
esplosive: l’ultima certezza che restava alla matematica del nostro secolo,
quella della validità assoluta dei suoi risultati, non poteva più essere
sostenuta… Diventava cioè lecito dubitare di tutto».
4.3 La perdita del concetto di etere, subita ad opera di Einstein in seguito
alla crisi vettorializzata dall’esperimento di Michelson e Morley, deve
ritenersi fondante di una buona parte della mentalità scientifica e
filosofica del XX secolo. Il contributo dato dagli scienziati moderni quali
Einstein, Bohr e Heisenberg va considerato proprio sotto il profilo di un
abbandono definitivo di quella adaequatio rei et intellectus che aveva
caratterizzato i secoli precedenti. Con “la morte dell’etere” viene estinto
il logos, l’acqua di Talete, l’aria di Anassimene, l’apeiron di
Anassimandro, il vortice di Anassagora, la chora di Platone, l’hyle di
Aristotele. … Il kósmos ritorna caos.
Gli stessi principi primi aristotelici vengono messi in discussione:
«Mediante la meccanica quantistica viene stabilita definitivamente la non
validità del principio di causalità», sentenzia Heisenberg. «Scompare così,
nella fisica moderna, anche il principio di causalità, vecchio di due
millenni» e ciò non può non avere ripercussioni nella nuova immagine del
mondo che si viene a creare. Anche il principio del “terzo escluso” viene
sostituito: «Nella teoria dei quanta questa legge del “tertium non datur”
deve essere modificata». La stessa logica classica «sarebbe contenuta come
un tipo di caso limite all’interno della logica quantica, mentre
quest’ultima costituirebbe il modello logico più generale». Così, se con la
“detronizzazione euclidea” crollava l’assoluto platonico, con la nuova
fisica cede l’assoluto aristotelico. Persino il supremo dei principi
aristotelici, quello di non-contraddizione, comincia a vacillare.
Da qui l’invito di scienziati e premi Nobel come Feynman di «accettare la
Natura come è: assurda». Di contraddittorietà si ciba ormai l’intero quadro
metafisico della scienza: «La teoria ha due argomenti molto efficaci a suo
favore e solo uno, di scarso rilievo, a sfavore. Innanzitutto, la teoria è
sorprendentemente esatta rispetto a tutti i risultati sperimentali fino ad
oggi ottenuti. In secondo luogo [...] si tratta di una teoria di
straordinaria e profonda bellezza dal punto di vista matematico. L'unica
cosa, che può essere detta contro di essa, è che, presa in assoluto, non ha
alcun senso!». Ci consola Heisenberg: «È vero che ci apparirà subito chiaro
che questi concetti non sono ben definiti nel senso scientifico e che la
loro applicazione può condurre a varie contraddizioni; ma noi sappiamo
tuttavia che essi toccano la realtà. Può essere utile a questo proposito
ricordare che perfino nella parte più precisa della scienza, nella
matematica, noi non possiamo fare a meno di servirci di concetti che
implicano contraddizioni. È ben noto, ad esempio, che il concetto d’infinito
conduce a contraddizioni che sono state analizzate; eppure sarebbe
praticamente impossibile costruire senza questo concetto le più importanti
parti della matematica».
Con la fisica quantistica viene definitivamente abbattuto anche uno dei più
antichi baluardi del senso comune, il principio dell’invarianza di scala,
quello cioè della “Tavola di Smeraldo”: «Ciò che si trova in basso è simile
a ciò che si trova in alto, e ciò che si trova in alto è simile a ciò che è
in basso», la corrispondenza micro-macro cosmo, specchio di quel
“procedimento analogico” che abbraccerà l’intero arco di vita del pensiero
filosofico occidentale. Rompere tale principio significa operare un taglio
profondo con la tradizione, con le stesse categorie mentali umane, con
quell’adaequatio rei et intellectus che è ad un tempo speranza e possibilità
di ricerca, fondamento della scienza e della sapienza, della fisica e della
metafisica: physis e sophia. Frantumare lo schema mentale è diventato vanto
della fisica moderna. Famosa la risposta di Niels Bohr a quanti gli
esponevano nuove idee sulla risoluzione dei tanti enigmi della teoria dei
quanti: «La sua teoria, caro signore, è folle, ma non lo è abbastanza per
essere vera».
Non appare più strano, allora, che questa «miscela di pessimismo,
positivismo e pragmatismo» abbia portato nella nostra epoca alla «nascita di
una epistemologia della rassegnazione verso i limiti, reali o supposti,
della conoscenza scientifica»; e, nello stesso tempo, la ricerca sia stata
vettorializzata verso un “fanta-mondo” aleatorio e alienante che simboleggia
la rottura in blocco col passato: nascono così spazi curvi a 950 dimensioni,
universi paralleli, “closed timelike curves” e viaggi nel tempo! La
semantica - oramai sbiadita, scolorita, ossidata, avvilita, degradata –
viene rimossa come "virtus" peripatetica obsoleta. I fisici moderni si danno
licenza di parlare addirittura di “spremitura del vuoto” o di “energia
negativa” con la massima disinvoltura e senza alcun timore di sorta:
«Può una regione di spazio contenere meno di nulla? Il senso comune
suggerirebbe di no: il massimo che si può fare è rimuovere tutta la materia
e la radiazione e lasciare il vuoto. Ma la fisica quantistica ha una
collaudata abilità nello smentire l’intuizione, e questo caso lo conferma.
Risulta infatti che una regione di spazio possa contenere meno di nulla: la
sua energia per unità di volume, o densità di energia, può valere meno di
zero. Le conseguenze, inutile dirlo, sono stravaganti».
Il motto della nuova scienza è a questo punto quello stesso di Jean Le Rond
d’Alembert: «Allez en avant, la foi vous viendra». Alla guida vengono
lasciate «le formule matematiche», che assurgono a «promotrici di visioni
del mondo radicalmente nuove». L'operazionismo della pura funzionalità
matematica ha ormai sostituito la realtà fisica, imponendo una tale portata
ontologica nelle formule da dissolvere gli atomi in un sistema di equazioni.
4.4 In realtà l'operazionismo è andato oltre, scavalcando i confini della
dimensione tecnico-scientifica per affondare in quella morale. L'epoché
della scienza che esso presuppone ha proiettato il suo campo d'azione fino a
inglobare tutto il piano gnoseologico umano. Così, ci dimostra Bridgman, «se
una questione specifica ha senso, deve essere possibile trovare operazioni
mediante cui ad essa si può dare una risposta. In molti casi si vedrà che
tali operazioni non possono esistere e che quindi la questione non ha
senso». In altri termini: "nessuna operazione?... nessun senso!" Ma dove ci
porta tutto questo? «Credo che molte delle questioni poste intorno a
soggetti sociali e filosofici risulteranno prive di significato, una volta
esaminate dal punto di vista delle operazioni. Senza dubbio si giungerebbe
ad una grande chiarezza di pensiero, se il modo operativo di pensare venisse
adottato in tutti i campi della ricerca oltre quello fisico».
Ed ecco che anche il concetto di “verità” traballa. Scrive Heisenberg: «Non
ogni concetto o parola che si siano formati in passato attraverso l’azione
reciproca fra il mondo e noi sono in realtà esattamente definiti rispetto al
loro significato; vale a dire, noi non sappiamo fino a qual punto essi
potranno aiutarci a farci trovare la nostra strada nel mondo. Spesso
sappiamo che essi possono venire applicati ad un ampio settore
dell’esperienza interna od esterna, ma non conosciamo praticamente i limiti
della loro applicabilità. Questo è vero anche nel caso di concetti più
semplici e più generali come esistenza e spazio e tempo. Perciò non sarà mai
possibile con la pura ragione pervenire a una qualche verità assoluta».
Arriviamo così alla «fine della metafisica», vanto e conquista del “maestro
di color che sanno”, con evidente danneggiamento all’”interfaccia” col mondo
della Rivelazione.
Eppure, dinanzi a questo quadro che per molti versi rivela quella che
Maritain definisce la «presente agonia del mondo», alcuni pensatori e
scienziati avanzano l’idea che tutto ciò sia vantaggioso per la fede; in
particolare, le “teorie relativistiche e quantistiche” indirizzerebbero –
dicono – verso la fine del meccanicismo e all’apertura dello spiritualismo,
alla Chiesa. In realtà ogni “detronizzazione”, come acutamente osserva
Maritain, non favorisce il credo della Chiesa, ma un “decentramento” della
fede verso le sponde di un indifferenziato orientalismo. Lo stesso
Heisenberg ammette l’«esistenza d’una certa relazione fra le idee
filosofiche dell’Estremo Oriente e la sostanza filosofica della teoria dei
quanta». Ci troviamo cioè dentro un circuito relativistico chiamato
“debolismo”, dove «può essere che la parola “credere” non significhi per la
maggioranza di quella gente “percepire la verità di qualche cosa”, ma viene
piuttosto presa nel senso di “assumere questo a base della vita”».
Inoltre, il cosiddetto “meccanicismo” (o “determinismo”), considerato dai
più come sfondo epistemico per assumere «lo spirito e il libero arbitrio
come uno scandalo per la scienza», è stato epistemologicamente distorto e
sovrapposto al tracciato materialista holbachiano, quando invece - come
osserva Maritain – «era falsissimo che la meccanica e la fisica classica per
se stesse implicassero necessariamente la negazione del libero arbitrio». In
effetti, è possibile (e preferibile) capovolgere la linea interpretativa: la
nuova meccanica, oltre a porre «un senso di disagio e confusione»,
vettorializza su un certo irrazionalismo e magicismo (commenta Selleri a
questo riguardo: «Non è un caso che tutti quelli che guardano con simpatia
al mondo magico dei fenomeni “paranormali” accettano senza difficoltà la
violazione della disuguaglianza di Bell!»), mentre la vecchia
(particolarmente quella cartesiana) è più solare, è “a misura
dell’intelletto umano”, è - parafrasando Leibniz nel suo carteggio con
Clarke - «esplicabile, intelligibile e intuitiva», a patto che non venga
negata «la possibilità di eventi contingenti liberi, dipendenti dalla
volontà di agenti intelligenti sottratti al dominio delle scienze della
materia, in proporzione alla loro spiritualità». Mai come in questo
contesto, dunque, appare densa di significato e profondità l’antica
affermazione del pitagorico Filolao: «La natura del numero e dell’armonia
non ammettono alcun inganno perché l’inganno non è loro proprio. La natura
dell’indeterminato e dell’impensabile e dell’irrazionale porta l’inganno e
l’invidia».
Invece, oggi, gli “orbitali nebulosi del debolismo” dissolvono come acqua
regia quella che Possenti definisce «solarità della forma» o, in altre
parole, «intelligibilità dell’essere», - non solo nel campo della fisica, ma
ben oltre, nella “meta-fisica” - fantasma del passato per coloro che «non
ammettono ormai più alcuna verità assoluta». «La distruzione della forma
coincide con la morte della metafisica»: «La caduta degli immutabili o delle
verità eterne va considerata l’elemento basale più significativo di molte
espressioni della filosofia contemporanea. Il loro tratto comune è la fede
nell’inesistenza di verità assolute: per questo esse possono essere
caratterizzate come “pensiero debole”».
Tutto ciò ha naturalmente riflessi in ogni campo dell’umano esistere. Dalle
avanguardie artistiche (si pensi, ad esempio, al futurismo) alla «completa
eliminazione delle consonanze» e «smarrimento della tonalità» nel discorso
musicale contemporaneo. Dalla ilozoistica concezione dei “fotoni coscienti”
al dissolvimento della parte spirituale dell’uomo. Lo stesso concetto di
vita viene indebolito, pronto ad assumere i contorni dell’artificiale.
Ecco le macerie lasciate da quella che Maritain definisce la «Grande
Sofistica»: «si conosce l’essere a condizione di metterlo tra parentesi o di
fare astrazione da esso». Ma, avverte il pensatore francese, il prezzo che
paghiamo per avere «il potere della materia, un sogno inebriante di perfetto
dominio sulle cose visibili (magari anche invisibili)», è «l’abdicazione
dello spirito che rinuncia alla Verità per la Verifica, alla Realtà per il
Sogno».
5. Logofobia
5.1 Quanto appena visto porta - secondo Maritain - al dissolvimento del
«valore della prefilosofia spontanea che si esprime attraverso il linguaggio
del senso comune». Il pensatore francese denuncia quel degrado che si sta
verificando sul piano del Logos, quel «potente disgusto della Ragione» che
prende il volto di «logofobia che lussureggia sotto i nostri occhi». Scrive
Gianni Vattimo: «È legittimo sospettare che il bisogno di “idee chiare e
distinte” sia ancora un residuo metafisico e oggettivistico della nostra
mentalità».
La logofobia consiste appunto nella perdita di «fiducia non solo nel sapere
filosofico, ma nella prefilosofia spontanea che è per l’uomo come un dono di
natura incluso nell’equipaggiamento di prima necessità che si chiama senso
comune, e velato quanto manifestato dal linguaggio comune». Sotto
l’etichetta di «categorie del linguaggio» ci si trova oggi a mascherare e a
denigrare, o meglio, «a farsi beffa di quelle cose, oscuramente percepite
dall’istinto dello spirito, che sono il bene e il male, l’obbligo morale, la
giustizia, il diritto, o ancora l’essere extra-mentale, la verità, la
distinzione tra sostanza e accidente, il principio d’identità». «La febbre
neo-modernista» che affligge il nostro tempo non poteva portare frutti
peggiori: se queste cose succedono «vuol dire che tutti cominciano a perdere
la testa. Si invochi pure finché si vuole lo slogan delle categorie del
linguaggio. Non è il linguaggio a fare i concetti, sono i concetti a fare il
linguaggio».
In effetti, l’esortazione di Misone, uno dei Sette Sapienti ricordato da
Platone: «Indaga le parole a partire dalle cose, e non le cose a partire
dalle parole», è oggi fortemente osteggiata. Le conseguenze vengono messe in
evidenza dallo stesso Maritain: «Questa prefilosofia cade in polvere e per
ciò che riguarda le condizioni primordiali poste dalla sua natura
all’esercizio della ragione, l’uomo diventa simile ad un animale che avesse
perduto il proprio istinto, a un’ape che non avesse più l’istinto di fare il
miele, a pinguini o ad albatri che non avessero più l’istinto di costruire
il nido». «Primo dovere dei filosofi», dunque - secondo il “teorico
dell’assoluto” - sarebbe quello «di ripulire accuratamente tutte queste
nozioni per scoprire la purezza del loro senso autentico – diamante nascosto
sotto la sporcizia; - senso che è funzione dell’essere e non della pratica
umana».
D’altra parte «la facoltà del linguaggio è stata talmente disonorata, il
senso delle parole talmente falsato, tante verità presentate in ogni
occasione dalla stampa e dalla radio sono, in ogni istante e in ogni modo
perfetto, mescolate a tanti errori parimenti annunciati a suon di tromba
dalla pubblicità, che gli uomini sono tratti a perdere il senso della
verità. Si è talmente mentito agli uomini, ch’essi hanno bisogno, come di un
tonico, di dosi quotidiane di menzogne; essi mostrano di credervi, ma
cominciano a praticare una specie di vita mentale clandestina, nella quale
essi, non credendo nulla di ciò che è loro detto, finiscono per affidarsi
solamente all’esperienza selvaggia e agli istinti elementari».
Maritain denuncia, senza mezzi termini, il pericolo di un cedimento totale
del Logos e di una sua riduzione ad un «simbolismo convenzionale»:
«Non si crede più al diavolo, né agli angeli cattivi; né ai buoni,
naturalmente. Essi non sono che sopravvissuti eterei di un museo di immagini
babilonese. A dire il vero, il contenuto oggettivo al quale la fede dei
nostri avi si appoggiava, è tutto un mito ormai, come il peccato originale,
per esempio (non è forse nostra grande preoccupazione oggi spazzar via il
complesso di colpevolezza?) e come il Vangelo dell’Infanzia e la
resurrezione dei corpi e la creazione. E come il Cristo storico
naturalmente. Il metodo fenomenologico e la scuola delle forme hanno
cambiato tutto. La distinzione tra natura e grazia è un’invenzione
scolastica, come la transustanziazione. L’inferno, perché darsi da fare a
negarlo? È più semplice dimenticarlo, ed è probabilmente quanto si può far
di meglio con l’Incarnazione e la Trinità. Ad essere sinceri, la massa dei
nostri cristiani pensa forse mai a tali cose o all’anima immortale e alla
vita futura? La Croce e la Redenzione, sublimazione estrema degli antichi
miti e riti immolatori, sono da guardarsi come i grandi e commoventi
simboli, per sempre impressi nella nostra immaginazione, dello sforzo e dei
sacrifici collettivi necessari per portare la natura e l’umanità al grado
d’unificazione e di spiritualizzazione, - e di potere sulla materia – in cui
esse saranno infine liberate da tutte le antiche servitù ed entreranno in
una specie di gloria.
[…] La nostra fede, avendo così debitamente evacuato ogni oggetto specifico,
può diventare finalmente ciò che realmente era, una semplice aspirazione
sublimizzante; […] Tutta questa gente ha semplicemente finito di credere
alla Verità e crede soltanto a verosimiglianze appuntate con uno spillo su
alcune verità (cioè a verificazioni o constatazioni del particolare
osservabile) che del resto invecchiano in fretta».
E in effetti, in quest’epoca «del fallibilismo e del tramonto degli
assoluti», il concetto stesso di peccato, così come Maritain aveva
presagito, si riveste di relativismo. Si domanda Vattimo, esponente del
pensiero debole:
«Non accadrà di quello che noi chiamiamo peccato quello che si è verificato
a proposito delle tante prescrizioni rituali che erano contenute nel Vecchio
Testamento, e che Gesù ha messo fuori gioco come provvisorie e non più
necessarie? Non solo il sabato (“Non l’uomo per il sabato, ma il sabato è
per l’uomo”), ma la stessa circoncisione, che non è più una condizione
indispensabile per appartenere al popolo di Dio. Che cosa impedisce di
pensare che anche gli altri peccati, che noi ancora crediamo tali, siano
destinati un giorno a svelarsi nella stessa luce?»
Si arriva così al nichilismo che ha invaso il pensiero occidentale, che - se
misto a «quel senso di potenza che l’odierno progresso tecnico immette
nell’uomo» - si preferisce etichettare come debolismo, quella sorta di
«teoria dell’indebolimento come carattere costitutivo dell’essere nell’epoca
della fine della metafisica».
«Quale filosofia del nulla, esso riesce a esercitare un suo fascino sui
nostri contemporanei. I suoi seguaci teorizzano la ricerca come fine a se
stessa, senza speranza né possibilità alcuna di raggiungere la meta della
verità. Nell’interpretazione nichilista, l’esistenza è solo un’opportunità
per sensazioni ed esperienze in cui l’effimero ha il primato. Il nichilismo
è all’origine di quella diffusa mentalità secondo cui non si deve assumere
più nessun impegno definitivo, perché tutto è fugace e provvisorio.»
È intuibile allora, in questa prospettiva, l’odierna «tendenza a dare
all’efficacia il primato sulla verità». Ora, per Maritain, secondo cui «i
relativisti dimenticano la verità in nome dell’amore», ciò si presenta
erroneo e alquanto grave, in special modo all’interno della fede: «Veniteci
a parlare d’efficacia! Il risultato sarebbe infine la defezione d’una grande
moltitudine. Il giorno in cui l’efficacia prevalesse sulla verità non verrà
mai per la Chiesa, poiché quel giorno le porte dell’inferno avrebbero
prevalso su di essa». Egli ribadisce con forza l’umana vocazione originaria
della «ricerca del vero»: «non è possibile per un cristiano essere
relativista», «l’uomo è fatto per la verità»… e «il Buon Pastore è proprio
la Verità stessa».
5.2 Niente può essere messo davanti alla verità. Né la ragione può venire
secolarizzata o indebolita, come vorrebbe un Vattimo quando afferma che
persino «la ragione va secolarizzata, in fondo, in nome della carità»: «Come
infatti quei poveri imbecilli che siamo potrebbero, per fede, conoscere con
piena certezza la Verità soprannaturalmente rivelata, alla quale lo spirito
dell’uomo non è proporzionato, se non potessimo conoscere con piena certezza
le verità d’ordine razionale, alle quali esso è invece proporzionato?». «È
illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior
incisività; essa, al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a
mito o superstizione», con la conseguenza di un «offuscamento della vera
dignità della ragione, non più messa nella condizione di conoscere il vero e
di ricercare l’assoluto».
È vero che, «parlando dei tempi moderni, si può dire che la loro
caratteristica è un indebolimento e un generale decadimento della ragione»:
«Il mondo moderno produce e consuma una straordinaria quantità di derrate
intellettuali. Non ci sono mai stati tanti autori, tanti professori, tanti
ricercatori, tanti laboratori e strumenti, tanto talento, tanta carta. Ma se
vogliamo stimare le cose dalla qualità, e non dal peso, si vedrà ciò che
esso in realtà è, e si rimarrà spaventati dalla diminuzione
dell’intelligenza. L’Intelligenza in senso comune, l’agilità nell’agitar
parole, è ben presente, e regna; ma l’intelligenza vera è soltanto una
mendicante scacciata da ogni luogo». E aggiunge: «Sembra che in questi tempi
la verità sia troppo forte per le anime e ch’esse possano nutrirsi soltanto
di verità sminuite»:
«Il piccolo meccanismo del ragionamento procede senza sosta, sminuzzando,
sbriciolando, criticando, discutendo, svilendo ogni pensiero, e trasformando
tutto ciò che gli vien presentato, errore o verità poco importa, in una
sorta di pasta amorfa che si può tagliar come si vuole, che si presta a
tutte le manipolazioni e s’adatta a tutti i gusti, e che gl’istitutori ed i
giornali hanno il compito di distribuire alle anime. Ma la realtà, che ha
una forma e che resiste, e che vuole che si dica sì o no, spaventa la
ragione fiacca. Non si sa più scegliere; non si sa più tirar la conclusione
di un sillogismo, e si pensa che il fatto che ogni uomo è mortale, e che
Paolo è uomo, può forse provare soltanto, a rigore, ma senza certezza, e con
molta buona volontà, che Paolo è mortale.»
D’altra parte è pur vero che «l’uomo, per natura, ricerca la verità», e tale
ricerca «non può trovare esito se non nell’assoluto». E, se si «vuole
evitare che le verità “impazziscano” nel radicalismo nichilista», bisogna
seguire una sapienza capace di riconoscere che «l’uomo vale più per quello
che “è” che per quello che “ha”» e cercare ad ogni costo di «riconciliare il
mondo con la verità». In un’epoca che si è fermata alle soglie della
quantità, in una conditio humana mutata, nella quale l’homo faber per un
verso si è trasformato in homo creator, dove l’avere ha visto l’affermazione
sull’essere, e dove si assiste ad «una così rapida e crescente dispersione
delle scienze particolari», c’è un urgente bisogno di armonizzare e
«mantenere nell’uomo le facoltà della contemplazione e dell’ammirazione che
conducono alla sapienza»: «L’epoca nostra, più ancora che i secoli passati,
ha bisogno di questa sapienza, perché diventino più umane tutte le sue nuove
scoperte. È in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non
vengano suscitati uomini più saggi».
6. Cronolatria epistemologica
6.1 Già Platone, nel suo Cratilo, aveva messo in discussione quel
particolare tipo di relativismo fondato sul panta rei, il mobilismo
eracliteo: «Ma neppure è lecito dire che esiste conoscenza, o Cratilo, se
tutte le cose mutano e nessuna sta ferma…». Ora, in «questo nostro strano
tempo», il mobilismo assume una veste nuova, intelaiandosi nella dimensione
temporale in modo tale da vanificare con «l’adorazione dell’effimero»
qualunque accenno alla verità: «Preoccupandosi della verità e affermandola,
lo spirito trascende il tempo. Far passare le cose dello spirito sotto la
legge dell’effimero, che è quella della materia e del puramente biologico,
far come se lo spirito fosse sottomesso al dio delle mosche, ecco il primo
segno, il primo sintomo grave della malattia denunciata da san Paolo». Così
Maritain evidenzia quel «deplorevole desiderio di novità», quel «prurito
alle orecchie» che nel nostro tempo «ha l’aria di battere brillantemente
ogni record»: la cronolatria epistemologica.
La «malattia annunciata da s. Paolo per un tempo da venire (erit enim
tempus…)» sembra aver trovato, dopo due millenni, il vero focolaio: «E il
prurito alle orecchie diventerà così generale che non si potrà più ascoltare
la verità e ci si volgerà verso le favole». E di «favole» si nutre il nostro
“vuoto semantico-ontologico e valoriale” creato dalle «correnti di pensiero
che si richiamano alla post-modernità», dove «il tempo delle certezze
sarebbe irrimediabilmente passato, [e dove] l’uomo dovrebbe ormai imparare a
vivere in un orizzonte di totale assenza di senso, all’insegna del
provvisorio e del fuggevole». Si pensi al “vortice new age”, dove
l’inebriante, l’insolito, l’assurdo, il fantascientifico vengono attinti
dallo stesso pensiero scientifico contemporaneo:
«”Alcuni esperimenti hanno rivelato che quando si frantuma questa energia in
minuscole parti (quelle che chiamiamo particelle elementari) e cerchiamo di
osservare come agiscono, l’atto stesso di osservare altera i risultati –
come se il loro comportamento venisse influenzato dalle aspettative di chi
compie l’esperimento. Ciò accade anche quando le particelle appaiono in
luoghi in cui, secondo le leggi dell’universo così come le conosciamo, non
sarebbe possibile: in due posti diversi nello stesso momento, avanti o
indietro nel tempo, tanto per capirci.” Si fermò di nuovo. “In altre parole,
la materia basilare dell’universo, il suo stesso centro, si presenta come
una specie di energia pura che si piega alle intenzioni e aspettative umane
in un modo che sfida l’antico modello meccanicistico del cosmo – come se le
nostre speranze proiettassero nel mondo la nostra energia, influenzando
altri sistemi energetici. Il che, naturalmente, è esattamente ciò che la
Terza Illuminazione ci porterà a credere.”»
E chissà a quante “Illuminazioni” ci porterà, di questo passo, la «sacra
voracità del divenire». L’”assoluto”, lo “spirituale”, il “trascendente”
vengono posti in oblio alla maniera dei concetti antiquati di calorico,
flogisto e spiriti vitali. Se con Comte lo spirito positivista dichiarava
che «tutto è relativo, ecco la sola cosa assoluta», oggi lo “spirito
cronoloiatrico” del post-positivismo può rivelare che «la verità d'oggi…
sarà falsa domani». Precisa Maritain: «Tutto ciò che era considerato per
l’addietro come superiore al tempo e partecipe di una qualche qualità
trascendente – valore ideale o realtà spirituale – è ormai assorbito nel
movimento dell’esistenza temporale o nell’oceano onnipotente del divenire e
della storia. Verità, giustizia, bene, male, fedeltà, tutte le norme della
coscienza, ormai rese perfettamente relative, non sono più che delle forme
mutevoli del processo della storia… La verità quindi cambia secondo il
mutare del tempo. Una certa azione da me compiuta, oggi è atto meritorio,
domani sarà delitto… Non vi è niente di eterno nell’uomo, egli morrà tutto
intiero, non vi è niente da salvare in lui. Ma egli può darsi, e darsi
interamente al tutto di cui egli è una parte, al flusso senza limite che è
l’unica realtà e che regge il destino dell’umanità… Non solo egli è
soddisfatto di perire in esso, come un filo d’erba nel limo della terra per
renderlo più fertile, dissolvendosi in esso, ma consente pure che il suo
proprio essere totale, con tutti i suoi valori, i suoi limiti e le sue
credenze, sia ceduto a questo grande Minotauro che è la storia».
Lucida è la sintesi che pavimenta Vittorio Possenti nell’introduzione a
Riflessioni sull’intelligenza…:
«La continua produzione/distruzione di valori, il cambiamento elevato a
unica regola trascendentale della realtà e dell’agire umano, ossia in altri
termini la paradossale “tradizione del nuovo” (o anche la “tradizione di ciò
che non c’è più”) costituiscono il profilo del modernismo culturale, che
possiede una valenza assai più ampia del semplice (e derivato) modernismo
religioso. Non è senza importanza osservare che il modernismo è interno alla
dialettica dell’idea di progresso, che implica il continuo superamento
dell’esistente in una nuova fase anch’essa presto destinata
all’oltrepassamento. La coscienza della caducità e mortalità di ogni cosa è
il lato d’ombra (ma intrinseco) dell’ideologia del progresso veicolata dalla
modernità.»
Grazie all’«adorazione dell’effimero», al «fissarsi ossessivo sul tempo che
passa», ogni verità è provvisoria e mai definitiva, “temporale”, sempre
moderna: «nulla infatti invecchia con la rapidità della moda e delle teorie
che fanno della verità o delle formulazioni concettuali una funzione del
tempo». «Il neomodernista non si preoccupa di vedere invecchiare le sue
credenze, perché lui è un uomo di questo mondo, perché vuole sempre essere
aggiornato, sempre rinnovarsi, ed ha finito per rendere assoluto il divenire
e ciò che è relativo e provvisorio».
6.2 Il rischio è che, a causa di una ingenua ed eccessiva fede di buona
parte dei credenti in quella che potrebbe essere «una scienza di falso
conio» , «amando le novità più del dovuto e timorosi di essere ritenuti
ignoranti delle scoperte fatte dalla scienza in quest’epoca di progresso»,
tale mobilismo si trasmetta anche nel campo della fede, indebolendo lo
stesso dogma: «Al termine “moderno” viene attribuito un significato
emotivo-normativo, quasi soteriologico: è la fede nella superiorità del
moderno sul “vecchio” e sul “superato” in quanto, delle tre dimensioni
temporali, il passato (che in ogni civiltà tradizionale è carico di valore)
perde ogni significato, insieme con il presente, il quale vale solo come
“rampa di lancio” verso il futuro utopico. La dimensione temporale della
modernità è il futuro, o meglio, l’avvenire, che è il futuro privato del suo
significato escatologico. È il trionfo di Utopia, il Dio-in-avanti che
sempre si attende e si attenderà, perché sempre deve e dovrà venire».
Lo stesso magistero ecclesiale aveva ravvisato - già con Pio IX (1864) prima
e con Pio X tramite la Pascendi del 1907 dopo - il rischio di una "verità
relativa" soggetta alle "intemperie" della scienza della propria epoca: «Per
detto dunque e per fatto dei modernisti nulla, venerabili fratelli, vi deve
essere di stabile, nulla di immutabile nella chiesa». Per bocca di Pio XII
poi, aveva messo in guardia contro il «fluttuante» che «rende lo stesso
dogma simile ad una canna agitata dal vento»:
«E perciò taluni, più audaci… affermano, non possono mai esprimersi con
concetti adeguatamente veri, ma solo con concetti approssimativi e sempre
mutevoli, con i quali la verità viene in un certo qual modo manifestata, ma
necessariamente anche deformata. Perciò ritengono non assurdo, ma del tutto
necessario che la teologia, in conformità dei vari sistemi filosofici, di
cui essa nel corso dei tempi si serve come strumenti, sostituisca nuovi
concetti agli antichi; cosicché in modi diversi, e sotto certi aspetti anche
opposti, ma – come essi dicono – equivalenti, esponga al mondo umano le
medesime verità divine. Aggiungono poi che la storia dei dogmi consiste
nell’esporre le varie forme di cui si è rivestita successivamente la verità
rivelata, secondo le diverse dottrine e le diverse opinioni che sono sorte
nel corso dei secoli.
Da quanto abbiamo detto è chiaro che queste tendenze non solo conducono al
relativismo dogmatico, ma di fatto già lo contengono; questo relativismo è
poi fin troppo favorito dal disprezzo verso la dottrina tradizionale e verso
i termini con cui essa si esprime.
[…] Per tali ragioni, è della massima imprudenza il trascurare o respingere
o privare del loro valore i concetti e le espressioni che da persone di non
comune ingegno e santità, sotto la vigilanza del sacro magistero e non senza
illuminazione e guida dello Spirito Santo, sono state più volte con lavoro
secolare trovate e perfezionate per esprimere sempre più accuratamente le
verità della fede, e sostituirvi nozioni ipotetiche ed espressioni
fluttuanti e vaghe della nuova filosofia, le quali, a somiglianza dell’erba
dei campi, oggi vi sono e domani seccano; a questo modo si rende lo stesso
dogma simile ad una canna agitata dal vento.»
Maritain, dunque, ci assicura che «Essere in disaccordo col ritmo
intellettuale del proprio tempo è un guaio minore per il filosofo che per
l’artista». Con tutto ciò, per Maritain è più che lecito amare il nuovo, «ma
a condizione che questo nuovo continui veramente l’antico, e si aggiunga,
senza distruggerla, alla sostanza acquisita»; in perfetta armonia col
magistero della chiesa:
«Qualsiasi verità la mente umana con sincera ricerca ha potuto scoprire, non
può essere in contrasto con la verità già acquisita; perché Dio, somma
Verità, ha creato e regge l’intelletto umano non affinché alle verità
rettamente acquisite ogni giorno esso ne contrapponga altre nuove; ma
affinché, rimossi gli errori che eventualmente vi si fossero insinuati,
aggiunga verità a verità nel medesimo ordine e con la medesima organicità
con cui vediamo costituita la natura stessa delle cose da cui la verità si
attinge. Per tale ragione il cristiano, sia egli filosofo o teologo, non
abbraccia con precipitazione e leggerezza tutte le novità che ogni giorno
vengono escogitate, ma le deve esaminare con la massima diligenza e le deve
porre su una giusta bilancia per non perdere la verità già conquistata o
corromperla, certamente con pericolo e danno della fede stessa.»
7. Conclusione
Abbiamo visto come le svolte fondamentali del pensiero scientifico, “le
umiliazioni inferte dalla scienza”, seguano un filo di Arianna che approda
al relativismo, ossia ad un nitido indebolimento dell’assoluto, al
decentramento dei fondamenti, alla perdita delle certezze. Bisogna di ciò
prenderne atto in relazione al pensiero debole della nostra epoca: questo è
espressione di quell’indebolimento della dimensione ontologico-semantica
verificatosi prima nel piano della scienza, poi in quello del pensiero
filosofico (ormai contagiato dal primo), e infine in quello etico e
religioso. È questa una delle analisi fondamentali e preziose che Maritain
ci lascia in eredità.
Lo scienziato, quindi, si ritrova come background un “reticolo
epistemologico-subliminale” invisibile ma presente, sfondo stellato della
ricerca scientifica e relativa ermeneutica da Galileo fino ai nostri giorni,
che “per interpolazione” giustifica e legittima la moderna immagine
relativista e debolista. Ci preme, a questo punto, rilevare che “i punti
d’interpolazione” utilizzati, cioè i vari decentramenti e detronizzazioni,
non sono a loro volta «Beyond a Shadow of a Doubt», per citare un commento
del noto fisico Clifford Will riguardo la relatività di Einstein: ossia, la
“cornice relativizzante” non è essa stessa assoluta e irreversibile;
l’ideologia scientista cade qui in un grossolano sofisma quando fa assurgere
il contingente a dogmatica certezza.
«Gli innegabili successi della ricerca scientifica e della tecnologia
contemporanea hanno contribuito a diffondere la mentalità scientista, che
sembra non avere più confini, visto che è penetrata nelle diverse culture e
quali cambiamenti radicali vi ha apportato. […] Accantonata, in questa
prospettiva, la critica proveniente dalla valutazione etica, la mentalità
scientista è riuscita a fare accettare da molti l’idea secondo cui ciò che è
tecnicamente fattibile diventa per ciò stesso anche moralmente ammissibile».
Maritain non si lascia abbindolare da un tale quadro semantico e la sua
prima reazione, quella contro il positivismo, va inquadrata all’interno
della cornice antirelativista, al «bisogno di assoluto». Dopodiché, tramite
il concetto di cronolatria epistemologica, egli ha puntellato un altro
aspetto dell’assoluto: quello, cioè, di resistere «alle fluttuazioni del
tempo». Infine, col concetto di logofobia, smaschera il tessuto
epistemologico sottostante il cosiddetto pensiero debole, che,
“minuscolizzando” la V maiuscola del Quid est Veritas di Pilato,
deliberatamente rifiuta «quel desiderio della Verità senza il quale non si è
uomini».
In sintesi, la nostra epoca si caratterizza all’insegna «della cultura
dell’effimero, che nasce dall’adorazione del tempo (cronolatria) e dal
disprezzo della verità (logofobia) e si traduce nel prassismo e
nell’efficientismo (dell’epoca contemporanea)». Ciò si traduce in «una
diffusa diffidenza verso gli asserti globali e assoluti», in una «crisi del
senso», «all’affermarsi del fenomeno della frammentarietà del sapere», in
uno «stato di scetticismo e di indifferenza o nelle diverse espressioni del
nichilismo», nonché in una acclamata «fine della metafisica», tutto ciò
fomentato da un mai spento e anti-tomistico scientismo che aleggia in ogni
angolo della nostra cultura contemporanea.
Il mondo moderno sembra aver intrapreso una direzione per certi versi
opposta a quella suggerita dal «testo sacro»: in questo, infatti, «ciò che
emerge, comunque, è il rifiuto di ogni forma di relativismo, di
materialismo, di panteismo». Tutto ciò porta, inevitabilmente, «a una più
generale concezione, che sembra costituire l’orizzonte comune a molte
filosofie che hanno preso il congedo dal senso dell’essere», ad un
nichilismo occulto quanto operante, commisto ad una “fabulatria polifemica”,
grazie alla quale «le varie potenze d’illusione si diffondono sul mondo
intero disorientando tutte le bussole».
Ed è lo stesso gusto dell’effimero, del transitorio, che veste di risibile
oggi pensatori come Maritain che hanno scavato, con profitto, nella
tradizione. Eppure «il richiamo alla tradizione… non è un mero ricordo del
passato; esso costituisce piuttosto il riconoscimento di un patrimonio
culturale che appartiene a tutta l’umanità. Si potrebbe, anzi, dire che
siamo noi ad appartenere alla tradizione e non possiamo disporre di essa
come vogliamo. Proprio questo affondare le radici nella tradizione è ciò che
permette a noi, oggi, di poter esprimere un pensiero originale, nuovo e
progettuale per il futuro».
L’incontro fra il pensiero del pensatore francese e quello contemporaneo è
più che produttivo, poiché fa scaturire «la scoperta della possibilità, per
l’uomo del nostro tempo, di un umanesimo integrale, autenticamente eroico,
proteso alla ricerca dell’Essere, della Verità, della Bellezza, del Bene
oggettivi e capace di superare, nell’orizzonte della conoscenza, tanto il
fenomenismo quanto l’idealismo, e, in quello dell’etica, il soggettivismo e
il relativismo». Lo sforzo di Maritain è stato quello di restituire dignità
alla verità, addirittura urgenza: perdere il contatto con il logos - con la
verità - infatti, significa perdere la struttura semantica e la tavola dei
valori, il senso e l’orientamento dell’umano esistere, il supremo bene della
libertà: «Una volta che si è tolta la verità all’uomo, è pura illusione
pretendere di renderlo libero. Verità e libertà, infatti, o si coniugano
insieme o insieme miseramente periscono».
Urge quindi il bisogno di ritornare ad «una filosofia di portata
autenticamente metafisica, capace cioè di trascendere i dati empirici per
giungere, nella sua ricerca della verità, a qualcosa di assoluto, di ultimo,
di fondante». Ci esorta Giovanni Paolo II: «Una grande sfida che ci aspetta
al termine di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio,
tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento».
BIBLIOGRAFIA Arcidiacono G., Relatività ed Esistenza,
Roma 1973.
Aristotele, Metafisica, Milano 1994.
Bartocci U., Alle origini della costruzione dell’immagine scientifica del
mondo: un problema storiografico, in Mamone Capria M. (ed.).
Bartocci U., Riflessione sui fondamenti della matematica ed oltre,
«Synthesis», n. 3, anno III, Roma 1994.
Bartocci U., Fondamenti della teoria dei numeri reali, in Selleri-Tonini
(edd.).
Bartocci U. – Macrì R.V., Il linguaggio della matematica, preprint.
Beauregard (de) Costa O., Al di là del paesaggio consueto, in F. Selleri
(ed.).
Boffi S. (ed.), De Broglie – Schrödinger – Heisenberg, Onde e particelle in
armonia. Alle sorgenti della meccanica quantistica, Milano 1991.
Boniolo G. (ed.), Filosofia della fisica, Milano 1997.
Boniolo G. – Dorato M., Dalla relatività galileiana alla relatività
generale, in Boniolo G. (ed.).
Bridgman P.W., La logica della fisica moderna, Torino 1965.
Brockman J. (ed.), La terza cultura. Oltre la rivoluzione scientifica,
Milano 1995.
Buscemi M.L. - Rizzuto R.P. (edd.), Jacques Maritain e il pensiero
contemporaneo, Milano 1985.
Buscemi M.L. - Rizzuto R.P., Introduzione, in Buscemi M.L. - Rizzuto R.P.
(edd.).
Cassisa S., Il filosofo e l'impegno per la verità, in Buscemi M.L. - Rizzuto
R.P. (edd.).
Castelfranchi G., Fisica moderna atomica e nucleare, Milano 1959.
Changeux J.P. - Connes A., Pensiero e materia, Torino 1991.
Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. Past. Gaudium et spes.
Davies P., Sull'orlo dell'infinito, Milano 1994.
Dennett D.C., Le pompe dell'intuizione, in Brockman (ed.).
Deutsch D. - Lockwood M., La fisica quantistica del viaggio nel tempo, «Le
Scienze», n. 309, 1994.
Diels H - Kranz W., Die Fragmente der Vorsokratiker, tr. it. I presocratici,
Testimonianze e frammenti, a cura di G. Giannantoni e altri, 2 voll.,
Roma-Bari 1975.
Dingle H., Science at the Crossroads, London 1972.
Emanuele P., Nel meraviglioso mondo della filosofia, Alessandria1996.
Emmeche C., Il giardino nella macchina. La nuova scienza della vita
artificiale, Torino 1996.
Fantappiè L., Relatività e concetto di esistenza, in Arcidiacono Relatività
ed Esistenza (cfr. supra).
Feuer L.S., Einstein e la sua generazione, Bologna 1990.
Ford L.H. – Roman T.A., Energia negativa: la sfida della fisica, «Le
Scienze», n. 379, 2000.
Freud S., Una difficoltà della psicoanalisi, in S. Freud Opere, vol. VIII,
Torino 1989.
Fritz K. von, Le origini della scienza in Grecia, Bologna 1988.
Frova A., Le basi dell’armonia nella musica, «Le Scienze», n. 377, 2000.
Garulli E. (ed.), Filosofia e scienze della natura, Milano 1983.
Gilmore R., Alice nel paese dei quanti, Milano 1996.
Giovanni Paolo II, Fides et ratio, 1998.
Gribbin J., Costruire la macchina del tempo. Viaggio attraverso i buchi neri
e i cunicoli spaziotemporali, Roma 1995.
Guitton J. - Bogdanov G. e I., Dio e la scienza, Milano 1992.
Heisenberg W., Lo sviluppo della meccanica quantistica, in Boffi (ed.).
Heisenberg W., Il contenuto intuitivo della cinematica e della meccanica
nella teoria quantistica, in Boffi (ed.).
Heisenberg W., Fisica e Filosofia, Milano 1994.
D'Holbach P.H.T., Sistema della natura, Torino 1978.
Jauch J.M., Sulla realtà dei quanti. Un dialogo galileiano, Milano 1996.
Kline M., Matematica: la perdita della certezza, Milano 1985.
Lacombe O., L'itinerario spirituale di Jacques Maritain, in Papini R. (ed.).
Macrì R.V., La fisica unifenomenica cartesiana e il punto debole dell’IA
forte, preprint.
Macrì R.V., Asimmetrie antirelativistiche del campo, preprint.
Maiocchi R., Einstein in Italia. La scienza e la filosofia italiane di
fronte alla teoria della relatività, Milano 1985.
Mamone Capria M. (ed.), La costruzione dell’immagine scientifica del mondo,
Napoli 1999.
Mamone Capria M., La crisi delle concezioni ordinarie di spazio e di tempo:
la teoria della relatività, in Mamone Capria M. (ed.).
Maritain J., «Sulla nozione di filosofia della natura», in Garulli E. (ed.).
Maritain J., Scienza e saggezza, Torino 1964.
Maritain J., Strutture politiche e libertà, Brescia 1968.
Maritain J., La filosofia della natura, Brescia 1974.
Maritain J., Umanesimo integrale, Roma 1977.
Maritain J., Il contadino della Garonna, Brescia 1977.
Maritain J., Antimoderno, Roma 1979.
Maritain J., La filosofia morale. Esame storico e critico dei grandi
sistemi, Brescia 1979.
Maritain J., Distinguere per unire. I gradi del sapere, Brescia 1981.
Maritain J., Il significato dell’ateismo contemporaneo, Brescia 1983.
Maritain J., Per un umanesimo cristiano. Passi scelti dagli scritti, Padova
1984.
Maritain J., Riflessioni sull’intelligenza e la sua vita propria, Milano
1987.
Maritain J., Il neovitalismo in Germania e il Darwinismo, in Garulli E.
(ed.).
Minsky M.L. Macchine intelligenti, in Brockman (ed.).
Mondin B. (ed.), L’ateismo. Natura e cause, Milano 1981.
Monod J., Il caso e la necessità, Milano 1980.
Morra G., Ateismo e non-credenza nelle società occidentali, in Mondin B.
(ed.).
Northrop F.S.C., Introduzione, in Heisenberg W. Fisica e Filosofia (cfr.
supra).
Papini R. (ed.), Jacques Maritain e la società contemporanea, Milano 1978.
Pierce J.R., Elettronica quantica, Bologna 1967.
Pio X, Pascendi dominici gregis, Enchiridion 10, 1907.
Pio XII, Humani generis, Enchiridion 19, 1950.
Platone, Teetèto, Roma-Bari 1974.
Platone, Cratilo, in Platone Tutte le opere, Firenze 1974.
Platone, Fedone, Brescia 1995.
Penrose R., Ombre della mente, Milano 1996.
Polanyi M., La conoscenza personale. Verso una filosofia post-critica,
Milano 1990.
Popper K., Conoscenza oggettiva. Un punto di vista evoluzionistico, Roma
1975.
Popper K., Unended Quest. An Intellectual Autobiography, Glasgow 1978.
Possenti V., Introduzione, in J. Maritain Riflessioni sull’intelligenza e la
sua vita propria (cfr. supra).
Pyenson L., The young Einstein – The advent of relativity, Bristol and
Boston 1985.
Rachels J., Creati dagli animali. Implicazioni morali del darwinismo, Milano
1996.
Reale G., Introduzione alla Metafisica di Aristotele, in Aristotele
Metafisica (cfr. supra).
Reale G., Saggio introduttivo per una lettura storico-critica del «Fedone»,
in Platone Fedone (cfr. supra).
Redfield J., La profezia di Celestino, XXV edizione, Milano 1997.
Rucker R., La mente e l'infinito. Scienza e filosofia dell'infinito, Padova
1991.
Rucker R., La quarta dimensione. Un viaggio guidato negli universi di ordine
superiore, Milano 1995.
Selleri F., Quantum Paradoxes and Physical Reality, Dordrecht 1990.
Selleri F., Fisica senza dogma, Bari 1989 .
Selleri F., La causalità impossibile. L'interpretazione realistica della
fisica dei quanti, Milano 1988.
Selleri F. (ed.), Che cos’è la realtà. Dibattito nella fisica contemporanea,
Milano 1990.
Selleri F., Fondamenti della fisica moderna, Milano 1992.
Selleri F. - Tonini V. (edd.), Dove va la scienza. La questione del
realismo, Milano 1990.
Sermonti G., La concezione della vita: da Aristotele a Darwin a oggi, in
Mamone Capria M. (ed.).
Silvestroni P., Fondamenti di chimica, Roma 1977.
Smolin L., La nascita della terza cultura, in Brockman (ed.).
Tipler F.J., La fisica dell'immortalità, Milano 1997.
Todeschini M., La teoria delle apparenze, Bergamo 1949.
Todeschini M., Psicobiofisica, Torino 1978.
Trifogli A., Il pensiero di Maritain nella cultura contemporanea, in AA.VV.
Jacques Maritain protagonista del XX secolo, Milano 1984.
Valdrè L., Filosofia e storia della scienza, in Garulli E. (ed.).
Varela F.J., Un know-how per l’etica, Roma-Bari 1992.
Varela F.J., Il Sé emergente, in Brockman (ed.).
Vattimo G., Credere di credere, Milano 1999.
Viotto P., Presentazione, in J. Maritain Scienza e saggezza (cfr. supra).
Viotto P., Attualità di «Umanesimo integrale», in J. Maritain Umanesimo
integrale (cfr. supra).
Viotto P., Il realismo tra fenomenismo e idealismo, in Buscemi M.L. -
Rizzuto R.P. (edd.).
Wiener P.P. - Noland A. (edd.), Le radici del pensiero scientifico, Milano
1971.
Zeilinger A., Problemi di interpretazione e ricerca di paradigmi in
meccanica quantistica, in Selleri (ed.).
Zeilinger A., Il teletrasporto quantistico, «Le Scienze», n. 382, 2000.
Giovanni Paolo II, Fides et ratio, 88.
Ibidem, 5.
Ib., 28.
J. Maritain, Il contadino della Garonna, p. 20.
V. Possenti, in J. Maritain Riflessioni sull’intelligenza e la sua vita
propria, p. 21.
J. Maritain, Antimoderno, p. 27.
J. Maritain, Il contadino della Garonna, p. 111.
J. Maritain, Per un umanesimo cristiano, p. 47.
J. Maritain, Il contadino della Garonna, p. 86.
Giovanni Paolo II, op. cit., 5.
Ibidem, 6.
Ib., 56.
Diels, 80, B1.
Teeteto, 152 a.
Diels, 90, 2 .
J. Maritain, La filosofia morale, p. 16.
Ibidem, p. 18.
Ibidem, p. 17.
Ib., p. 16.
Platone, Teeteto, III, 1.
J. Maritain, op. cit., p. 18.
G. Reale, Saggio introduttivo per una lettura storico-critica del «Fedone»,
p. 40.
Ibidem.
Ib., p. 45.
Ib., pp. 39-40.
Ib., p. 41.
G. Reale, op. cit., p. 43. Come sottolinea anche Maritain: «Con lui lo
sguardo dell'intelligenza si rivolge ad un mondo di essenze separate dalle
cose, e giunge così ad una metafisica dell'extra reale, concepita secondo
l'immagine della matematica.» (J. Maritain, Scienza e saggezza, p. 85).
Spiega Maritain: «In seguito alle speculazioni dei filosofi della Jonia che
cercavano solamente di designare il principio materiale delle cose, Eraclito
si domanda: è possibile un sapere del mondo sensibile? Risponde
negativamente. Anche per Platone non esiste una filosofia della natura. Per
conquistare la scienza, bisogna, volgendosi verso le idee, distogliersi dal
mondo sensibile che, tuttavia, non esiste se non attraverso le idee. Platone
scopre la metafisica, ma per lui non esiste una scienza propriamente detta
della natura. È con Aristotele che la filosofia della natura viene infine
fondata. Un sapere del mondo sensibile è possibile, non tanto in quanto
sensibile, ma in quanto implica nella sua struttura delle invarianti
intelligibili che dipendono dalle forme specificatrici.» (J. Maritain, Sulla
nozione di filosofia della natura, p. 182). «Una scienza, un sapere della
natura sensibile è possibile, indubbiamente non certo in quanto sensibile,
ma in quanto elementi e leggi intellegibili sono investiti in essa» (Ibidem,
p. 15). La scienza, quindi, nasce da «l'atto di coraggio intellettuale di
Aristotele, che supera la tentazione di scoraggiamento e la delusione
provocata all'intelligenza dallo spettacolo dello scorrere del divenire e
dalle contraddizioni dei primi cercatori.» (J. Maritain, Scienza e saggezza,
p. 86).
G. Reale, Introduzione alla Metafisica di Aristotele, p. XXXIII.
U. Bartocci, Alle origini della costruzione dell’immagine scientifica del
mondo: un problema storiografico, p. 57.
S. Freud, Una difficoltà della psicoanalisi, pp. 660-663.
Lo stesso Maritain, in Umanesimo integrale, mette in luce, con maggiore
profondità e con medesimo contrasto, il “sinistro” sentiero al quale queste
“orme” della nuova scienza sembrano voler indicare: «L'uomo, secondo questo
punto di vista [darwinismo], non appare soltanto come derivante da una lunga
evoluzione di specie animali (il che è, dopo tutto, questione secondaria,
puramente storica) ma bensì come derivante da questa evoluzione biologica
senza discontinuità metafisica, senza che, a un dato momento, con l'essere
umano, qualcosa di assolutamente nuovo s'inizi nella serie: una sussistenza
spirituale implicante che a ogni generazione di un essere umano, un'anima
individuale è creata dall'autore di tutte le cose e gettata nell'esistenza
per un destino eterno. L'idea cristiana dell'uomo o della persona umana,
poggiata sul dogma rivelato, non è stata scossa dal darwinismo. Ma l'idea
razionalistica della persona umana ne ha ricevuto un colpo mortale. Il
secondo colpo, il colpo di grazia, se così posso dire, doveva portarlo Freud
nel campo della psicologia... Il centro di gravità dell'essere umano è
disceso così in basso che, parlando propriamente, non c'è più personalità
per noi ma solo il movimento fatale di larve polimorfe del mondo sotterraneo
dell'istinto e del desiderio - Acheronta movebo, afferma Freud stesso - e
che ogni ben regolata dignità della nostra coscienza personale appare come
una maschera mentitrice. In definitiva, l'uomo non è che il luogo d'incrocio
e di conflitti d'una libidine anzitutto sessuale e d'un istinto di morte...
L'uomo... è devastato, diventa un mostro, un mostro caro a se stesso.» (J.
Maritain, Umanesimo integrale, pp. 82-83).
G. Sermonti, La concezione della vita: da Aristotele a Darwin a oggi, pp.
222-223.
«C'è qualcosa che rende insopportabile Aristotele ai "moderni". È l'aver
egli annoverato, tra le cause che concorrono alla composizione e al moto dei
corpi viventi, la causa formale, o "entelechia", una forza interna
corrispondente a quello che oggi chiamiamo "principio di organizzazione"»
(Ibidem, p. 222).
P.P. Wiene |