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Immorale e scandaloso Oscar Wilde!

L'uomo che seppe resistere a tutto tranne che alle tentazioni

Anno di pubblicazione: 2000 - © di Paola Morosin

"Non ho nulla da dichiarare, tranne il mio genio" si sentì rispondere l'ispettore doganale quando Oscar Wilde sbarcò negli Stati Uniti per un ciclo di conferenze. Non era una presa in giro: al Ritratto di Dorian Gray, uscito nel 1891, mancavano ancora una decina d'anni, a L'importanza di chiamarsi Ernesto qualcuno in più. Ma l'ambizioso dandy, che aveva pubblicato solo qualche poesia, era già una celebrità. Nei salotti alla moda sfoggiava giacche di velluto e cravatte verdine, capelli lunghi sulle spalle e la lingua più tagliente di Londra.

Nell'operetta Patience, Gilbert & Sullivan, a quel tempo popolarissimi, ne fecero la parodia che incantò, oltre agli intellettuali, i minatori del Colorado, i contadini del Kansas, i mormoni di Salt Lake City, certamente poco interessati al tema in programma: l'estetica dei preraffaelliti e l'arte per l'arte.

In tempi come i nostri, di buoni sentimenti, l'ironia, la malizia e le indigeste verità di Oscar Wilde sono un vero toccasana per lo spirito.

Per il giovane irlandese, i libri si dividono in due categorie: quelli scritti bene e quelli scritti male. Godiamoci i primi e abbandoniamo senza rimpianto gli altri al loro destino.

Per cominciare, scritta in maniera sublime è L'importanza di chiamarsi Ernesto, la commedia che andò in scena a Londra il 14 febbraio 1845. Scritto ancora meglio è il romanzo Il ritratto di Dorian Grey, in cui i critici dell'epoca lessero solo immoralità e depravazione. Il dipinto invecchia, mentre Dorian Grey resta giovane e bellissimo, nonostante l'anima nera e le giornate trascorse tra gli ozi, i piaceri e i delitti. Nulla di più lontano dall'etica vittoriana, che celebrava le meraviglie del progresso e della tecnica, l'avanzata delle ferrovie e l'operosità industriale.

Assieme a Walter Pater e John Ruskin, che Wilde considerava i suoi maestri, i preraffaelliti sono ormai materia per storici e specialisti. Resistono meglio i suoi modelli francesi, da Charles Baudelaire a Théophile Gautier. Ma il divino Oscar ormai cammina da solo. Caustico e lucido, è riuscito a scrollarsi di dosso l'ingombrante eredità del decadentismo. L'ironia e il gusto per il nonsense ("Perdere un genitore è una disgrazia, ma perderne due è sbadataggine") lo collocano nella via di Lewis Carroll.

Jeorge Luis Borges in Altre inquisizioni ha scritto: "Si stenta ad immaginare il mondo senza gli epigrammi di Wilde". Si stenta perché sono perfetti e dicono in due righe quello che altri non riuscirebbero a dire in un libro intero. Un po' rimaneggiati e aggiornati, li ritroviamo anche in bocca a Woody Allen, quando spiega, in Mariti e mogli, che "la vita non imita l'arte, ma piuttosto la cattiva televisione". E chi non ha mai detto: "so resistere a tutto, tranne che alle tentazioni?"

In uno splendido saggio del 1889, Wilde fa l'elogio della menzogna. Fumando sigarette, i due protagonisti, Cyril e Vivian, celebrano la bugia come unica forma d'arte degna di questo nome. Quanto alla vita, non ci sono dubbi: "il nostro primo dovere nella vita è essere il più artificiali possibili. Il secondo non l'ho ancora scoperto." Conclusione, non si nasce bugiardi, come non si nasce poeti. Tutte e due le pratiche richiedono studio e applicazione.

Basterà contro i cultori dell'autentico? Contro l'epidemia che ha contagiato la nostra epoca, dove i guru venuti dall'Oriente, i consulenti aziendali e i breviaristi insegnano i semplici piaceri della vita? Forse no, ma vale la pena di provarci. E vale la pena di rispolverare, come arma contro le letture ideologiche, la massima secondo cui "nell'arte tutto è importante fuorché l'argomento".

Wilde era al culmine del successo quando scoppiò lo scandalo che lo distrusse. Il marchese di Queensberry gli fece recapitare al club un biglietto sgrammaticato in cui lo accusava di sodomia. La reazione fu, a dir poco, incauta. Sposato e padre di due figli, Oscar era infatti l'amante di Bosie, alias lord Alfred Douglas, figlio del suo accusatore. Con sprezzo del pericolo, decise di trascinare il marchese in tribunale per diffamazione. Tre processi e due anni di lavori forzati misero la parola fine alla carriera dello scrittore. Nel carcere di Reading scrisse il De profundis, straziante lettera in cui cercava di chiudere i conti con Bosie. Nel 1897, scontata la pena, si trasferì a Parigi. Morì solo e malato all'Hotel d'Alsace, dove aveva preso alloggio con il nome di Melmoth, l'eroe di un racconto gotico scritto da Charles Maturin. Anni dopo, memore della sciagura capitata al povero Wilde, Edward Morgan Forster volle che Maurice, il suo romanzo omosessuale, fosse pubblicato postumo.

Forse per puritanesimo, forse per distrazione, forse perché era irlandese, fino al 1997 non c'era a Londra un monumento che ricordasse Oscar Wilde. Rimediò una pubblica sottoscrizione lanciata dall'attore Ian McKellen nel 1997. Lo stesso anno uscì Wilde, il film biografico di Brian Gilbert.

Eccentrico e deliziosamente sopra le righe nella buona sorte, stoico quando le cose si misero al peggio, Oscar Wilde ha affascinato commediografi come Tom Stoppard, in Velvet Goldmine: Wilde appartiene al filone che comincia con i travestitismi del vaudeville e finisce con le piume e i lustrini di David Bowie. Un fumetto su internet che vi consigliamo di andare a vedere all'indirizzo www.oscarwildecomics.co.uk, lo immagina rapito dagli alieni.

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