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Elogio dello spirito e della scrittura ingenua

Anno di pubblicazione: 2008. Di Giangiacomo Morozzo
 

Alla scrittura dedico la maggior parte della mia attenzione.
Pur commettendo errori , a volte anche gravi.
Dedico quel tempo che è riconoscibile come un tempo astratto: un tempo di fuga.
Sul fondale di un lago, per esempio, non c’è mai stato nessun tesoro per me. Nessuna locanda, purtroppo, come diceva Rimbaud nei suoi scritti.

C’erano semplicemente avventure.
Toccando il fondo, con il brivido dell’anima e l’essere della mia vita, un fondo circoscritto a quello che fino adesso ho vissuto, ho scoperto che riaffioravo da un’altra parte.
Una parte piuttosto sola e antica, una parte a dir poco sconosciuta, ma mia.
Non esisteva più il ‘sentirmi’ semplicemente perché io sono stato in quel posto, ma il mio corpo ancora non lo sa. E non credo lo saprà mai.
Allora, assieme all’idea di libertà e felicità potei davvero sottrarre parole utili alla meraviglia, allo stupore. A tutto quello che splende in un buio che non è concesso a chi decide di possederlo.
Non dissi mai una parola, perché tutto era già come detto all’interno di una sensazione impensabile.
Non esistono domande dell’anima.
In questo modo ho assaporato notte e giorno silenzi perpetui e continui, solitudini pregiate di un linguaggio indicibile.
Allora, slegato da ali e manette dorate, giacevo scalzo in campi senza nome. Fiorenti, impensabilmente biondi, e verdi, e folti, e miei.
Non esisteva nessun universo. Solo il cielo.
E tutte quelle angosce senza nome che mi avevano attanagliato con sogni orrendi e sensazioni atroci, con pensieri tanto inutili quanto infermi, erano diventate stelle lucenti. Da ammirare.
Quel caos, sopra oceani brillava di ammirazione da parte di chi, in altre stagioni, era vittima di ogni tramonto e di ogni alba.
Tutto questo per dirvi che io non avevo più la mia densa forma di uomo, ma tutto quello che, slegato da ambizioni pratiche, avevo amato con un sentimento vago e ridondante.
Non avevo voce: ma ero quel mare.
E quel cielo.
E quel campo.
E  quel lago
.
 E questo tipo di‘voce’, così indistinta e silenziosa, portava il nome di tutti i miei sogni.
 Ho provato l’amore dagl’occhi oceanici e stellari, riflessi immancabilmente dal passare vago di una notte, fino al fragore del mattino e l’estasi del sole.
 Così come il dondolare debole e immensamente caritatevole dell’erba folta cullata da un vento innamorato.
Brividi squisitamente soli, cos’ erano i miei amori!
Ed altro.
Altro ancora, che descritto sarebbe un peccato tremendo verso quello che ognuno è nei propri confronti.
 Ma ricordo lieve, e immensamente malinconico, quel breve tratto che parve a me infinito: quando divenni un nulla danzante e silenzioso.
Allora in me giacevano come in un cimitero di infinite forme e costumi, tutti i sogni e le storie.
 E le avventure.
 E gli amori.
 Ma nulla era in vero perduto o finito.
 Tutto era una sensazione profonda e assoluta, e quel tutto giaceva come inerme dalla paura.
Dall’ira.
 Dal sapere.
Dal possesso.
 Le lacrime che versai le vidi fuggire lontane, e diventare quelle forme vaghe di splendidi paesaggi e misteri, e personaggi e persone, e amanti e amori.
 Vidi allora quell’Oxford street che poteva essere solo mia.
Un luogo che non ho mai visto dal vero, ma che splendeva in una lingua di sogno mirabilmente vicina.
Non conoscevo i volti e i nomi di coloro che ignari, contenti, tranquilli o agitati vi passeggiavano di sfuggita.
Ma li sentivo pulsare come un cuore, e li vedevo senza occhi per osservare.
 Questo è solo un poco di quel che sono riuscito a scorgere.
Il resto lo conservo in tutti i volti che nascondono un segreto, nel mondo.
In tutti i cuori, in tutti gli sguardi seri e allegri.
In tutti quei silenzi che sembrano vibrare, assieme a quei campi abbandonati e non, che brulicano soli …
in fantastiche tenebre.


 

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