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Insegnamento e Conoscenza

Anno di pubblicazione: 2008. Di Giangiacomo Morozzo
 


La definizione di ‘valori’ non possiede ambiti temporali ai quali invece i valori sembrano appartenere. Indubbiamente nell’individuazione e nella costituzione dei valori all’interno di una data società serve intraprendere metodi analitici e deduttivi molto chiari e definiti: la ‘normalità’ è una definizione marginale del vivere, e l’estrema diversità e coesistenza di diversi tipi di comportamento all’interno dell’ambito sociale porta tale concetto a ‘sgrammaticarsi’ fino ad assumere forme e costumi divergenti, se non addirittura opposti. D’altro canto, tutto quello che risiede al di fuori di una logica pura e semplice, come un corpo estraneo è un oggetto capace di fornire ai sociologi e a tutti gli interessati, differenti punti di analisi e di critica sociale rispetto ad eventi più 'ripetuti'. La maggior parte della gente, sosteneva Sir Arthur Conan Doyle, ragiona con un metodo ‘sintetico’, ovvero quel metodo capace, da un insieme di elementi, di dedurne il risultato. Il suo personaggio, Sherlock Holmes, possedeva invece un metodo assai molto più raro: il metodo analitico. Ciò permetteva al detective, una volta riscontrato un ‘risultato’, di ‘dedurne’ e ricavarne tutti i fattori precedenti che ne hanno evidentemente permesso lo sviluppo. La genialità di un personaggio come Holmes farebbe comodo alla società odierna se non fosse che i suoi interessi ed i suoi atteggiamenti non sobborghino all’interno di trame sociologiche. Ad ogni modo resta invariata la strada che viene proposta per la ricerca dei valori: ovvero un’analisi che parte dal metodo sintetico ( nel nostro caso definibile come ‘storico’) e si espande con il metodo analitico ( definibile come ‘progettuale’). La storia indica percorsi di valori necessari alle civiltà: l’essere umano non è storia, ma il mezzo grazie al quale essa esiste e si propaga. Allo stesso modo possiamo dire dei valori: a differenza del nostro essere, tutto quello che è ricerca o apprendimento ci pone come mezzo nei propri confronti. In questo modo i valori della società odierna vanno indagati: come esseri che ci percorrono, ed il primo ente necessario quindi, che troveremo all’interno di ciascun valore, è la ricerca.
Il linguaggio è necessario ed ambivalente quale oggetto e soggetto di qualunque indagine. Si tratta quindi del primo valore, se vogliamo, capace della nostra persona. I dialetti, di conseguenza, altro non sono che valori linguistici inestimabili. Tratti distintivi, logicamente, quindi necessariamente ‘diversi’ nel modo di esprimersi e di approcciarsi con il mondo nel quale si esprimono. La globalità è semplicemente l’affermazione di paura e di discriminazione da parte dell’uomo: tutto quello che sembra voler riunire sotto una sola casa tutta la cultura e la società umana altro non è che un’ ingenuità impura. Potrei perdonare un uomo se costui si proponesse di assimilare ogni cultura e di non possederne più una propria. Non perdonerei mai quell’uomo se, una volta assimilata tale cultura, pretendesse di insegnarla a tutti.
Così come l’arte, sosteneva Baudelaire, era ‘semplicemente prostituzione’, tale è il discorso per la conoscenza odierna: la più grande forma di prostituzione che possiamo cogliere oggi non la troviamo nelle strade ma nelle nostre scuole. Dove la conoscenza diventa il fine, viene tralasciato il mezzo, e la nostra vita viene condizionata dall’idea che Conoscere significa anche Possedere. Dove il possesso è quel lato umano che concede potere e libertà: ma non si comprende, o forse non si riesce a comprendere, che la conoscenza a sé, senza metodi né scopi, ci rende più ‘inetti’ e ‘idioti’ nell’affrontare quel qualcosa che pochi insegnano come un valore: la vita. Il ‘conoscere’ ed il ‘potere’ non sono oggetti della libertà: l’istruzione propone a tutti gli stessi mezzi per adempire poi a scopi simili, ma se in questo tragitto il sapere diviene la necessità primaria dell’istruzione allora non stiamo insegnando. Stiamo semplicemente sottolineando che nel millequattrocentonovantadue, in Ottobre, Colombo ‘scoprì’, per modo di dire, l’America. Se invece si propone il metodo, allora la conoscenza diverrà lo strumento d’indagine grazie al quale, qualche studente, riuscirà a comprendere che l’America non è stata mai ‘scoperta’, poiché altre popolazioni già ci vivevano da secoli, e che quello che la storia affronta come “ la nascita dell’epoca moderna” è anche uno tra i più grandi lutti ‘nazionali’ che una popolazione possa ricordare. Ecco dove e come, per esempio, la conoscenza odierna è la forma di prostituzione più grande che tutt’oggi si deve affrontare. In una società come la nostra, dove, in linea di massima, vengono proposte a tutti gli studenti le stesse possibilità non è la conoscenza a dover rappresentare il conseguimento degli studi, ma il mezzo grazie al quale si possa giungere all’indagine e al metodo di ricerca. L’acquisire passivamente il sapere, la conoscenza, come qualcosa di intangibile e necessario, è prostituzione. Utilizzarla, criticarla, trasformarla, plasmarla o negarla è la prima ambizione necessaria all’apprendimento. In alternativa, la conoscenza è quell’oggetto che ci permette di giungere ad un’attestazione, ad un compromesso. Così come il corpo di una donna, in certi casi, senza necessariamente disporre della sua volontà, è l’oggetto che ci permette di raggiungere il piacere. E viceversa. Il primo errore, dunque, è quel tratto di fedeltà verso ciò che si insegna. È il primo ostacolo che non permette di concepire la materia come un mezzo: alla gente fa comodo sapere che uno più uno fa due. Ed è in questo punto che l’insegnamento si ferma. A ciò che ‘può servire’, a ciò che è ‘utile’ nel relazionarsi con il mondo esterno: il più grande errore, è non spiegare che la logica non appartiene né all’uno, né tantomeno al due. Il più grande errore, è non sottolineare che il processo logico è nell’addizione.
La necessità di esprimere un giudizio nella struttura della formazione è il fallimento primo dell’insegnamento. Così come il tentativo di comunicare per la comunicazione. La povertà del voto è il credere nel suo potere, quando il potere, è in verità un tragitto che dovremmo aver già percorso per arrivarci. Dimostrare è un principio di insoddisfazione semplicemente perché il dovere impone un certo tragitto dove l’arrivo promette un riconoscimento. Ma se la dimostrazione non fosse obbligata, solo in pochi, indubbiamente, sorgerebbe quel riconoscimento che è proprio della volontà, dove il riconoscimento non è necessario, poiché la ricerca, in tale ambito, diviene piacere.
Serve all’uomo saper distinguere ciò che è bene da ciò che è male: ma nell’insegnamento si propone sempre, o quasi, di trovarsi nella parte ‘corretta’, per così dire, nel ‘bene’. Mentre invece un’analisi più sincera e approfondita dev’essere per forza maturata tramite una forma di distacco dal problema, dall’oggetto analizzato. Si deve, in qualche modo, sollevare l’idea del trovarsi in un determinato ambito, ed osservare scrupolosamente e senza indugi tutto quello che viene definito bene e male. Giusto o sbagliato. Questo è l’unico metodo che la scuola dovrebbe proporsi di insegnare riguardo all’analisi e alla deduzione: la scuola non dovrebbe ‘dire’, dovrebbe invece ‘fare dire’. La scuola non dovrebbe ‘conoscere’, dovrebbe invece ‘fare conoscere’. La conoscenza diverrebbe allora un valore di quel soggetto, un compromesso fra possesso e libertà che ha del paradossale.
La prima concezione necessaria dello studente non è conoscere, ma essere cosciente. La storia, per esempio, altro non è che una branchia strettamente selezionata di tutti gli eventi avvenuti dal paleolitico ad oggi. Ed è, senza mai dimenticarlo, una narrazione, quindi una percezione degli eventi. Un uomo, così come non può decidere di non sentire, non è necessariamente in grado di essere del tutto imparziale. Una conoscenza pura, per poi divenire un’interpretazione altrettanto indiscriminata, richiederebbe l’appello diretto al fatto, e non alla sua narrazione. La storia è quindi una passato selezionato e a volte modesto. A coscienza di ciò, l’importanza storica non sarebbe più il primo appello di ricerca, ma indistintamente, la storia diverrebbe uno strumento di analisi. Non più avvenimenti, date, cambiamenti e nomi: ma narrazione umana. La storia diverrebbe quel romanzo vago e misterioso dai mille volti e dalle indefinibili sfaccettature, un romanzo aperto a chiunque abbia il coraggio di indagarlo, nel bene e nel male, di appellarsi ad esso, di amarlo, di odiarlo e contestarlo.



 

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