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Breve discorso sulla natura e sull’esistenza

Anno di pubblicazione: 2008. Di Giangiacomo Morozzo
 

Quando la natura ci impone la sua prima arte, la sua bellezza, molti di noi rimangono stupiti e l’apprezzano. Altri neppure la notano, e vi passano accanto come farebbe un disgraziato nel mezzo della sua miseria. Altra gente invece l’indaga, in qualche modo, ed una sorta d’ingenuità istintiva crea una specie di invidia mutevole. Quell’invidia ci porta a voler essere mare, per scatenare le tempeste, o acquietarci assieme al tramonto; per stare soli vorremmo essere un monte, lontano ed inesplorato, per fuggire un fiume, e per colpire un lampo. Andarsene poi, con questi sentimenti nel cuore ti lascia un vago sapore in mente, una malinconia strana che non capisci. Quasi ti sembra di esser stato un tempo, tutto questo… o forse, solamente, è un qualcosa che ti suggerisce con una voce tremolante e un poco immatura che anche quello un giorno finirà. Così come ogni uomo. Allora un’altra voce, sincera, e più forte, ti prende per mano, e ti suggerisce che nessun mare, nessun monte, nessun fiume e nessun tuono invidia l’uomo: poiché in maniera quasi sospirata e nascosta, tutto dimora in un lento perdersi che non può essere cancellato. Ad ogni cosa vivente si può togliere la vita, ma niente è in grado di eliminare la sua esistenza. Ogni cosa presente attraverso la vita può essere cancellata o cessare di essere presente attraverso essa, ma nulla ancora, potrà togliergli il piacere e il dolore di essere esistita.

Per sciogliere infine, come posso, quel dubbio amletico su cui certi filosofi si sono prodigati, io credo molto semplicemente che noi possediamo la vita, e siamo esistenza nella stessa maniera con cui l'occhio osserva e non si soddisfa di osservare poiché tutto è evidente tranne la propria esistenza. L'essere è troppo ingombrante per l'esistenza. In questo modo, in maniera parallela, l’istinto e la tensione per l’espressione del proprio essere è la chiave verso una porta senza serrature: ma possedere quel piccolo attrezzo metallico ci rende coscienti, poiché se una chiave esiste, esiste per forza anche qualcosa che essa può aprire. Questo, io credo, sia in sintesi l’espressione artistica. Così il gusto per il vago e poetico si esplora, con questa piccola chiave in mano, alla ricerca di un qualsiasi scrigno in grado di farci vivere le nostre estensioni poetiche: e tutto diviene un mezzo per l’instancabile fatica che il poeta si porta appresso nella sua arte. Solitamente, questa fierezza ingenua viene colmata dallo struggimento e dalla coscienza che la vita si porta a presso; allora, come privati dalla stessa natura che ci concede, si costruiscono quei piccoli universi indissolubile e inconoscibili. Si scrive per nascondersi dietro alla propria esistenza, e di queste persone non saprei usare termini come vigliaccheria o codardia, o ingenuità o disperazione. Attenderei, semplicemente, di farli giungere, e di far giungere, la coscienza necessaria del possesso sulla vita, nonché, a questo punto, dell’essere vita: dove la vita non è più un fine ma un mezzo, senza mai dimenticarsi di possederla e di non doversi abbandonare ad essa. A questo punto riconosco meglio scrittori, poeti, cantautori, che posseggono la propria chiave, o che l’hanno posseduta, poiché nel leggerli, nell’ascoltarli, nell’ammirarli, mi permettono di entrare nel loro piccolo o grande universo in un modo che mi compete e si conforma con la mia piccola chiave. In questo modo, essendo a conoscenza che noi conviviamo tramite e con noi stessi, comprendo che quei loro personaggi, o luoghi, o storie ed altro ancora, sono vissuti alla stessa maniera con il loro creatore. Ammetto quindi un’ingenuità assai particolare: ovvero quella di non saper distinguere tanto bene, sul piano esistenziale, quello che l’uomo ha espresso, da quello che l’uomo è stato, poiché negare l’uno, significherebbe, necessariamente, negare anche l’altro.  


 

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