|
Restiamo per aiutare il coraggioso Brahimi Il Ministro Frattini sull'intervento in Iraq
Anno di pubblicazione: 2004 - © di Franco Frattini, "Corriere della Sera", 16 maggio 2004
La campagna elettorale europea e la conseguente polemica politica
interna hanno indotto le diverse opposizioni, facendo tacere ormai le
poche voci dei riformisti, a puntare sull'immediato ritiro delle truppe
italiane dall'Iraq.
E questo avviene mentre le vergognose torture di prigionieri iracheni da
parte di soldati anglo-americani, da un lato, e la terribile
decapitazione di un ostaggio americano, dall'altro, coincidono con l'
intensificazione degli sforzi della comunità internazionale per trovare
una soluzione alla tragica crisi irachena.
C'è un punto sui cui tutti concordano, dalla Cina alla Russia, ai
partner europei, ai Paesi arabi moderati, al Vaticano (che si è
espresso, da ultimo, con le parole chiare del cardinale Martino): se vi
fosse il ritiro immediato della coalizione, l' Iraq cadrebbe nella
guerra civile, il Paese sarebbe cioè nelle mani dei violenti, degli
estremisti, dei terroristi, molti dei quali non sono iracheni, ma
lavorano in Iraq per la destabilizzazione. Ben comprende l'impossibilità
del ritiro immediato il coraggioso Brahimi che sta cercando di formare
un governo iracheno con persone autorevoli, credibili, libere da
condizionamenti. Ci chiedono di restare i principali leader, religiosi e
laici, dell'Iraq: sciiti e sunniti, curdi e cristiani. Le sinistre
italiane, guidate (purtroppo per lui) dal presidente della Commissione
europea Prodi, chiedono perciò di isolare l' Italia dal dibattito,
sempre più concreto e costruttivo, che in Europa, in Iraq con Brahimi,
all' Onu e negli Stati Uniti, è in corso per dare alle Nazioni Unite la
leadership della transizione politica verso libere elezioni e un governo
pienamente legittimato iracheno.
L'Italia non può e non deve uscire da questo lavoro comune in cui ha
assunto un ruolo autorevole e influente.
Abbiamo chiesto agli americani di evitare attacchi frontali alle città
sante irachene e di sostituire il controllo militare di quelle città con
forze irachene. I primi esperimenti in corso, pur tra molte difficoltà,
sembrano positivi, e la stragrande maggioranza degli sciiti iracheni ha
deciso di imporre uno stop agli estremisti di Al-Sadr.
Chiediamo, e lo ho ripetuto a Washington all'amministrazione americana,
una punizione esemplare, severa e pubblica per tutti - senza differenze
- i colpevoli delle ignobili torture nelle prigioni irachene. Stiamo
collaborando alla preparazione di una bozza di risoluzione dell'Onu e
chiediamo che in essa sia approvato il piano di Brahimi e garantito il
trasferimento effettivo dei poteri al governo iracheno che entro maggio
sarà nominato dal rappresentante di Kofi Annan.
Educazione, ambiente, giustizia, polizia, gestione delle risorse
economiche e in particolare petrolifere, dovranno essere attribuite al
nuovo governo iracheno. Abbiamo detto chiaramente, tutti insieme, alla
riunione dei ministri degli Esteri del G8 di venerdì a Washington, che
sovranità irachena vuol dire anche potestà di invitare le forze
straniere a restare o ad andarsene. E se l'Italia non sarà invitata a
restare, rispetterà la scelta del governo iracheno e se ne andrà.
Sarà opportuno stabilire che le forze irachene assumano anzitutto il
controllo delle città, mentre le forze internazionali potrebbero
attestarsi nelle basi e nel territorio extra-urbano e assicurare la
protezione del personale dell' Onu, che avrà ovviamente libertà di
movimento e di azione.
A questi obiettivi lavora l'Italia, che ogni giorno contribuisce alla
sicurezza e alla pace portando soccorso medico, servizi pubblici,
costruendo scuole, aiutando lo svolgimento di elezioni comunali e
soprattutto mantenendo, a Nassiriya, dialogo aperto e sincero con tutti
i leader religiosi e laici della provincia.
Scommettiamo sul successo dell'Onu e lavoriamo intensamente per questo.
Le sinistre italiane hanno decretato già, sin da ora, il fallimento di
quella speranza concreta cui tutta la comunità internazionale, compreso
il mondo arabo, sta guardando.
Non possiamo abbandonare gli iracheni alla guerra civile, né vogliamo
negare sostegno allo sforzo delle Nazioni Unite. Ecco perché oggi
restiamo in Iraq.
INVIA QUESTA NOTIZIA AD UN AMICO 
|