|
La tortura fa notizia, ma non è nulla di nuovo
John Pilger sulla tortura in Vietnam e
in Iraq
Anno di pubblicazione: 2004 - © di John Pilger
Da
http://www.kelebekler.com. Traduzione da "The Mirror" dell'8 maggio
2004 di Miguel Martinez
Quando iniziai a scrivere servizi sulla guerra americana
contro il Vietnam, negli anni Sessanta, visitai gli uffici dei
grandi giornali e televisioni statunitensi e le agenzie stampa
internazionali.
Mi colpì il fatto che molti avevano immagini simili sulle loro
bacheche: "Ecco dove appendiamo le nostre coscienze", mi disse
il fotografo di un'agenzia.
C'erano le foto di corpi smembrati, di soldati che sollevavano
orecchie e testicoli tagliati, e si vedevano anche le torture
in corso. C'erano uomini e donne che venivano picchiati a
morte, annegati e umiliati in maniera rivoltante. Su una foto
si leggeva un fumetto, sopra la testa del torturatore, che
diceva: "così impari a parlare con la stampa".
Tutte le volte che i visitatori vedevano queste foto, ponevano
la stessa domanda: perché non sono state pubblicate? La
risposta standard era che i giornali non le avrebbero
pubblicate, perché i loro lettori non le avrebbero gradite.
Pubblicarle, senza spiegare le circostanze più ampie della
guerra, sarebbe stato "sensazionalismo".
All'inizio, accettai l'apparente logica di questa posizione.
Le atrocità e le torture commesse da "noi" erano certamente
aberrazioni per definizione. Imparai però velocemente.
Infatti, questa razionalizzazione non spiegava la crescente
evidenza di civili uccisi, mutilati, privati delle loro case e
fatti impazzire dalle bombe "anti-uomo" lanciate sui villaggi,
sulle scuole e sugli ospedali.
Né spiegava i bambini trasformati in una polpa ribollente da
qualcosa che si chiamava napalm, o i contadini cacciati con
gli elicotteri nelle "cacce al tacchino", né un sospetto
torturato a morte con una corda attorno al collo, trascinato
dietro una jeep piena di soldati americani drogati e ridenti.
Né spiegava perché tanti soldati conservavano parti di corpi
umani nei loro portafogli, o perché gli ufficiali delle forze
speciali tenevano teschi umani nelle loro capanne, con la
scritta sopra: "Fuori uno, manca ancora un milione" ("One
down, a million to go"). Philip Jones Griffiths, il grande
fotografo freelance gallese con cui lavoravo nel Vietnam,
cercò di fermare un ufficiale americano che stava per far
saltare in aria un gruppo rannicchiato di donne e bambini.
"Sono civili," gridò.
"Quali civili?" arrivò la risposta.
Jones Griffiths e altri cercarono di interessare le agenzie
stampa alle foto che raccontavano la verità su quella guerra
atroce. La risposta spesso fu: "Ma cosa c'è di nuovo?"
La differenza oggi è che la verità dell'invasione ugualmente
atroce da parte degli angloamericani in Iraq fa notizia. I
documenti del Pentagono che sono stati scoperti indicano
chiaramente che la tortura è diffusa in Iraq. Amnesty
International dice che è "sistematica."
Eppure è solo adesso che iniziamo a identificare l'elemento
indicibile che unisce l'invasione del Vietnam all'invasione
dell'Iraq. Questo elemento è comune alla maggior parte delle
occupazioni coloniali, in ogni luogo e tempo. È l'essenza
dell'imperialismo, una parola che solo adesso viene
reintrodotta nel nostro vocabolario. È il razzismo.
In Kenya, negli anni Cinquanta, gli inglesi massacrarono
qualcosa come 10.000 kenioti e gestirono campi di
concentramento dove le condizioni erano talmente atroci che
402 detenuti morirono nel giro di un solo mese. La tortura, la
fustigazione e l'abuso delle donne e dei bambini erano
all'ordine del giorno. "Le carceri speciali - scrive lo
storico dell'impero, V.G. Kiernan - erano probabilmente
terribili quanto qualunque analoga struttura nazista o
giapponese".
All'epoca, tutto ciò non faceva notizia. Il "terrore Mau Mau"
veniva raccontato e percepito in un solo modo: come i
"demoniaci" neri contro i bianchi. Il messaggio razzista era
chiaro, ma non si faceva mai cenno al nostro razzismo.
In Kenya, come nel fallito tentativo americano di colonizzare
il Vietnam, come in Iraq, il razzismo ha alimentato gli
attacchi indiscriminati ai civili e la tortura. Quando sono
arrivati nel Vietnam, gli americani vedevano i vietnamiti come
zecche umane. Li chiamavano "gooks" e "dinks" e "slopes" e li
uccidevano in quantità industriali, proprio come avevano
massacrato i nativi americani; anzi, il Vietnam stesso veniva
chiamato "territorio indiano".
In Iraq è la stessa storia.
Vantandosi apertamente dell'uccisione di "topi nel loro nido",
i cecchini dei Marines statunitensi che hanno ucciso donne,
bambini e vecchi, proprio come i cecchini tedeschi uccidevano
gli ebrei nel ghetto di Varsavia, riflettevano il razzismo dei
loro superiori. Paul W Wolfowitz, il sottosegretario alla
difesa che, si dice, sarebbe l'architetto dell'invasione
dell'Iraq, ha parlato di "serpenti" e di "prosciugare le
paludi" nelle "parti non civilizzate del mondo".
Gran parte di questo razzismo imperiale moderno è stato
inventato in Inghilterra. Ne possiamo sentire le espressioni
sottili, quando i portavoce inglesi trovano parole subdole per
rifiutarsi di riconoscere il numero di iracheni uccisi o
mutilati dalle bombe a grappolo, i cui effetti non sono per
nulla diversi da quelli degli attentatori suicidi; si tratta
di armi di terrorismo. Ascoltate il ministro delle forze
armate, Adam Ingram, che fa i suoi noiosi discorsi in
parlamento, mentre si rifiuta di dire quante persone innocenti
sono state vittime del suo governo.
Nel Vietnam, l'assassinio di donne e bambini nel villaggio di
My Lai venne chiamato una "Tragedia americana" dalla rivista
Newsweek. Prepariamoci ad altra retorica di questo tipo, che
chiede la nostra simpatia per la "tragedia" degli invasori.
Nel Vietnam, gli americani si sono lasciati dietro tre milioni
di morti e una terra, un tempo ricca, devastata e avvelenata
dagli effetti delle armi chimiche che avevano adoperato.
Mentre i politici e Hollywood hanno pianto i soldati americani
dispersi, chi si è mai preoccupato dei vietnamiti?
In Iraq è la stessa storia.
Secondo le stime più moderate, gli americani e gli inglesi
hanno ucciso 11.000 civili. Se aggiungiamo anche i soldati
iracheni arruolati, la cifra deve essere moltiplicata per
quattro.
"Noi contiamo fino all'ultimo cacciavite, ma non contiamo gli
iracheni morti" disse un ufficiale americano durante il
massacro del 1991. Adam Ingram non riesce forse a esprimersi
altrettanto bene, ma il disprezzo per la vita umana è lo
stesso.
Sì, le atrocità e le torture fanno notizia oggi. Ma in che
modo fanno notizia, si chiede lo scrittore Ahdaf Soueif. Un
presentatore del telegiornale della BBC descrive le foto delle
torture come "semplici souvenir". Certo: proprio come le parti
di corpi umani conservate nei portafogli nel Vietnam.
I commentatori della BBC - sempre il migliore esempio di come
la pensa l'establishment inglese - ci ricordano che la tortura
e l'umiliazione dei soldati "non è paragonabile alle
sistematiche torture ed esecuzioni commesse da Saddam
Hussein". Commenta Ahdaf Soueif: "Saddam è diventato il
termine di paragone morale su cui l'Occidente misura il
proprio comportamento".
Non possiamo restituire le vite irachene che sono state spente
o rovinate da chi ha agito nel nostro nome. Come minimo,
dobbiamo esigere che chi è responsabile di questo delitto
epico esca dall'Iraq subito, ed esigere anche di avere la
possibilità di portarli in tribunale e giudicarli, e di fare
ammenda al popolo iracheno. Se facciamo di meno, non ci
meritiamo la qualifica di persone civilizzate.
questo articolo può essere riprodotto liberamente,
sia in formato elettronico che su carta, a condizione che
non si cambi nulla, che si specifichi la fonte - il sito web
Kelebek http://www.kelebekler.com -
e che si pubblichi anche questa precisazione.
INVIA QUESTA NOTIZIA AD UN AMICO 
|