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Quel ponte di Nassiriya, racconto di un massacro
"Usavano donne e bambini per individuarci".
Lo scontro, i soldati uccisi, la strage di civili Anno di pubblicazione:
2003 - © di Marc Franchetti (Sunday Times)
Da
Repubblica
NASSIRIYA - La luce era giallo-verde, e il vento andava
aumentando. Era l'inizio di una tempesta di sabbia. Il silenzio
appariva quasi irreale dopo una notte di fuoco così intensa da
far male ai timpani e scuotere i nervi. I miei passi risuonavano
pesanti sull'asfalto incandescente, mentre mi avviavo verso il
ponte di Nassiriya. Davanti a me una scena apocalittica. 15
veicoli ostruivano la strada. Erano crivellati di pallottole.
Alcuni avevano preso fuoco. In mezzo alle lamiere ho contato
dodici civili morti, giacenti per terra o nei fossi. In piena
notte avevano cercato di abbandonare la città, forse per paura
di essere uccisi nel corso degli attacchi dagli elicotteri Usa o
dal fuoco di artiglieria.
L'errore è stato quello di fuggire passando su un ponte di
vitale importanza per gli approvvigionamenti della coalizione.
La sfortuna è stata quella di incorrere in un gruppo di giovani
marines, sconvolti dai combattimenti, che avevano ricevuto
l'ordine di sparare a qualsiasi cosa si muovesse. Il cadavere di
un uomo era ancora avvolto dalle fiamme. Ne proveniva uno strano
sibilo. Ficcate nelle tasche delle mazzette di banconote si
stavano trasformando in cenere. Forse erano tutti i suoi
risparmi. Lungo la strada una bambina, sui cinque anni, con un
vestitino arancione e oro, giaceva morta nel fosso, accanto al
corpo del padre. Le mancava metà testa. Lì accanto, in una
vecchia Volga crivellata di proiettili, la madre era come
afflosciata, morta, sul sedile posteriore.
Un blindato Abrams americano, sul quale era scritto il
soprannome Ghetto Faboulous ha oltrepassato i cadaveri. Un'altra
famiglia di fuggitivi, un padre, una neonata e un bambino
giacevano lì accanto senza vita. Sul ponte il corpo di un civile
era a fianco alla carcassa di un asino.
Mentre mi allontanavo il tenente Matt Martin, il cui terzo
figlio, una bambina di nome Isabella, è nato mentre lui era a
bordo della nave diretta nel Golfo, mi si è avvicinato. "Ha
visto?", mi ha chiesto con gli occhi pieni di lacrime. "Ha visto
quella neonata? Volevo seppellirla, ma non ne ho avuto il tempo.
Mi fa davvero male vedere che i bambini sono uccisi in questo
modo. Ma non avevamo altra scelta".
Il dolore di Martin contrastava con l'amara soddisfazione di
alcuni dei commilitoni. "Gli iracheni sono malati. Noi siamo la
loro chemioterapia", ha commentato il caporale Ryan Dupre. "Sto
cominciando ad odiare questo paese. Ma aspettate che catturi un
fottuto iracheno... No, non lo catturerò. Lo ucciderò e basta".
Solo pochi giorni fa i loro erano gli occhi luminosi di ragazzi
di provincia, insieme ai quali ho attraversato la frontiera
all'inizio dell'operazione Iraqi Freedom. Poi sono partiti alla
volta di Nassiriya, città strategica lungo l'Eufrate, con il
compito di mettere in sicurezza una strada su cui devono passare
le truppe dirette a Bagdad. Si aspettavano di essere accolti con
un benvenuto, o tutt'al più con una facile resa. Invece si sono
ritrovati invischiati in una sanguinosa battaglia, che è
culminata con il bilancio più grave della guerra: 16 morti, 12
feriti, 2 marines dispersi, oltre a cinque morti e dodici
dispersi tra gli ausiliari del convoglio.
Ci sono tre ponti cruciali a Nassiriya. I servizi credevano che
da questa parte della città ci sarebbe stata scarsa o nessuna
resistenza. Io ho raggiunto la periferia di Nassiriya con la
compagnia Alfa. Alcuni marines parevano dispiaciuti di essere in
una missione di secondaria importanza. Ma a tre miglia dalla
città, non appena i soldati si sono fermati, gli iracheni hanno
investito di raffiche di mitra Ak-47 i mezzi Usa.
Subito i nostri Aav, mezzi anfibi da assalto del peso di 23
tonnellate, hanno assunto posizioni difensive. Cento marines
sono saltati giù dai mezzi, prendendo riparo e acquattandosi nei
fossi, tenendo d'occhio un grosso edificio di mattoni di fango.
Piccoli gruppi di marines con armi leggere vi si sono
avvicinati. Una dozzina di civili terrorizzati, quasi tutti
donne e bambini, è uscita con le mani alzate. "E' un gruppo di
Haji", ha urlato un soldato dalla torretta, usando l'appellativo
comunemente affibbiato agli arabi. "Sono soltanto fottute donne
e bambini". Intanto gli elicotteri da combattimento Cobra e Huey
hanno iniziato a sparare missili su alcuni bersagli ai limiti
della città.
Lentamente ci siamo avvicinati al primo ponte. Il fuoco
divampava su entrambi i lati della strada. I Cobra avevano
distrutto un camion militare iracheno e un carro armato T-55.
Improvvisamente, mentre ci avvicinavamo al limite estremo del
ponte, si è sentita una raffica di Ak-47. I nostri Aav hanno
iniziato a zigzagare per evitare di essere colpiti da una
granata con propulsione a razzo (Rpg). "La vedo male," ha
dichiarato il sergente maggiore James Thompson, veterano della
guerra del Golfo, che correva con la pistola calibro 9 in pugno.
"Non sappiamo chi ci sta sparando addosso. Stanno usando perfino
le donne per la ricognizione. Quelle ci vengono incontro
salutandoci, o con le mani alzate. Ma stanno segnalando la
nostra posizione ai combattenti".
Al di là, nella piazza, i civili correvano, cercando di mettersi
al riparo. Molti, compresi alcuni bambini, sono rimasti colpiti
nel corso della sparatoria.
Il capitano Mike Brooks, comandante della compagnia Alfa,
bloccato di fronte alla moschea ha chiamato l'aiuto dei
blindati. La terra ha tremato violentemente quando un Desert
Knight si è arrestato di fronte alla nostra fila di Aav e ha
sparato numerosi colpi di 120 millimetri contro le case. Poche
centinaia di metri più in là un mezzo d'assalto della compagnia
Charlie stava tornando indietro sul ponte per evacuare alcuni
feriti, quando è stato colpito dagli Rpg. Una granata è
penetrata dal tetto aperto. L'esplosione è stata letale, seguita
dall'esplosione delle munizioni. Le lamiere sono cadute nel
mezzo della strada. Sono saltato giù dal portellone posteriore
del nostro mezzo e ho raggiunto l'Aav colpito. La rampa
posteriore era stata squarciata. C'erano pozze di sangue e pezzi
di carne umana ovunque. Una gamba amputata, con ancora uno
stivale da deserto, giaceva su ciò che rimaneva della rampa, in
mezzo a carte da gioco, una rivista, lattine di Coca Cola, un
orsacchiotto macchiato di sangue. "Sono crepati, mio Dio! Sono
morti! Riparatevi, entrate lì! Presto, fateli uscire!" gridava
uno sull'orlo di una crisi isterica.
C'era il panico, c'era confusione mentre un gruppo di giovani
marines, urlando parolacce e dandosi ordini l'un l'altro,
tiravano fuori un corpo mutilato. Due uomini lo hanno issato a
fatica su una barella, sistemandola nel retro di una jeep, ma
visto che non entrava, l'hanno lasciata quasi in verticale, con
la gamba dell'uomo, parzialmente distaccata, che penzolava
nell'aria. Ogni tentativo di recuperare il terzo corpo è
risultato vano. I resti erano talmente attorcigliati alle
lamiere contorte dell'Aav che non è stato possibile recuperare
nulla del marine.
"Il mio pilota è stato colpito", diceva uno dei marines che si
sono uniti a noi. "Sono tornato per cercare di aiutarlo, ma è
stato colpito da un altro Rpg o da un colpo di mortaio. C'era
sangue ovunque. Non ho nemmeno un'idea di quanti amici posso
aver perso. Non me ne frega niente se buttano un'atomica su
questo schifo di città, adesso. Da una delle case ci salutavano,
e al tempo stesso ci hanno sparato con i Kalashnikov. E' da
pazzi".
Quando finalmente siamo riusciti ad attraversare il secondo
ponte a nordest della città, a metà pomeriggio, si è fatto
strada un certo sollievo. Ma un altro orrore si stava
preparando. Oltre ad un ammasso annerito di un altro Aav
fracassato e annerito, c'erano i corpi di altri quattro marines,
a terra nel fango, ricoperti dai poncho mimetici. I brandelli
dei loro corpi erano sparsi in giro. Medici frenetici hanno
tentato il possibile per curare le ferite atroci di quelli vivi,
fino a quando quattro elicotteri sono atterrati nel mezzo
dell'autostrada, li hanno caricati a bordo per portarli verso
l'ospedale militare. Quando il suono dell'artiglieria pesante
che colpiva ancora Nassiriya ha scosso il terreno, ci sono state
alte grida di incitamento.
Prima della settimana scorsa, la maggioranza di questi giovani
uomini non era mai stata in combattimento. Pochi avevano visto
un cadavere. Ora il loro sguardo è cambiato. Rabbia e paura sono
alimentate dalle voci secondo cui i corpi dei soldati americani
morti sono stati trascinati lungo le strade della città. Alcuni
marines piangono tra le braccia degli amici, altri cercano
conforto leggendo la Bibbia.
Il mattino seguente gli uomini della compagnia Alfa erano
nervosi e reagivano a qualsiasi movimento intorno alle loro
buche. Sospettavano che le macchine dei civili avessero aiutato
il nemico rifornendolo. Quando alcune macchine sono individuate
mentre corrono lungo due strade, si susseguono chiamate
frenetiche alla loro radio per ottenere il permesso a
"sopprimere i veicoli". Quando torna l'oscurità arriva l'ordine
di sparare a qualsiasi veicolo si diriga verso le posizione
americane.
La mattina dopo ho potuto constatare l'esito di quell'ordine - i
civili morti, la bambina con il vestito arancione e oro. Mike
Brooks era uno dei comandanti che ha dato l'ordine di sparare ai
veicoli civili. Si arrovella, anche se sa di non aver avuto
altra scelta se non quella di fare di tutto per proteggere i
suoi dai rischi di un'altra imboscata.
Venerdì mi ha raccontato di aver tenuto un diario, di averlo
fatto per sua moglie Kelly, infermiera di Jacksonville. Quando
si avvicina per annotare l'incidente nel corso del quale due
neonati sono stati uccisi dai suoi uomini, non ce la fa. Mi dice
che gliene parlerà a voce. Gli offro una telefonata con il mio
telefono satellitare per farle sapere che sta bene. Rifiuta, ma
mi chiede di scriverle e di spedirle una e-mail. Era troppo
sconvolto, dice. Se avesse sentito la sua voce, lei avrebbe
subito capito che c'era qualcosa che non andava.
(Copyright Sunday Times - la Repubblica Traduzione di Anna
Bissanti)
(31 marzo 2003)
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