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Buchenwald, lo sterminio
Per non dimenticare la nostra storia
Anno di pubblicazione: 2000 - © di Paola Morosin
Presso Weimar esiste ancora l'edificio che ospitava i forni crematori: è nel lager di Buchenwald, uno dei più grandi e terribili della Germania nazista. Da qui sono passati oltre duecentomila internati. Ognuno con il proprio distintivo cucito sulla divisa. Fino a quando la ciminiera dei forni crematori cominciò ad eruttare fumo..
Weimar è una cittadina immersa nel verde. La vita scorre tranquilla, come è tranquilla la sua gente. Vicino al castello
rumoreggia un torrente. Al di là, un parco delimita il confine ovest della città. A nord c'è il cimitero con le tombe di Friedrich von Schiller e Johann Wolfang Goethe. Sulle colline, tra le ville di fine Ottocento, si gode un bel panorama della città dove hanno vissuto Friedrich Wilhem Nietzsche e Johann Sebastian Bach.
Da lassù si spazia più a sud, oltre il centro abitato. Finite le case il terreno ricomincia a salire. Si vedono le colline fitte di boschi. Tra gli alberi si intravede una torre che, dopo circa tre chilometri di strada, si staglia imponente davanti agli occhi dei visitatori. Presso la torre si trova un sacrario. Sulla pietra si legge una sigla con sotto una cifra incisa: "KLB 51.000", che sta a significare "Konzentrations Lager Buchenwald, cioè campo di concentramento di Buchenwald. La cifra riporta il numero dei morti.
Poche centinaia di metri separano il sacrario dal campo costituito da un portone e da un recinto di filo spinato. Le baracche non ci sono più: sono state abbattute dagli americani. E' ben visibile, invece, la costruzione in muratura che ospitava i forni crematori.
Qui i convogli scaricavano ebrei, comunisti, disoccupati, omosessuali e ladri. Bisognava educarli a vivere correttamente. E poi dovevano stare segregati per non inquinare la razza ariana. Nei campi di concentramento furono compiuti delitti mostruosi: al solo rievocarli durante il processo di Norimberga, molti tra i presenti si sentirono male. Il monte di Ettesberg, che in antico tedesco significa ortica, dove nel 1937 sorgerà il campo di Buchenwald, ha sempre rivestito un'importanza particolare. Nel Medioevo il colle fu utilizzato come cava da cui estrarre materiale utile a costruire i castelli. Dal XV secolo fu il terreno di caccia dei duchi di Sassonia. All'inizio del XVIII secolo vi venne costruito un castello. In seguito nel castello si svolsero rappresentazioni teatrali dei poeti della letteratura classica tedesca. Spesso nei suoi giardini era possibile scorgere Goethe che passeggiava.
Dopo la fondazione del Reich (1871) la borghesia nazional-liberale vi fece costruire la torre di Bismarck. Poi, agli inizi del XX secolo, il castello diventò un punto di riunione del movimento operaio. Riunioni che continuarono a svolgersi anche dopo l'avvento al potere di Hitler.
Nel 1933 si svolse il congresso, illegale, del Partito Comunista Tedesco e proprio questo luogo, ironia della sorte, fu destinato a diventare la tomba di milioni di antifascisti. I primi camion pieni di deportati cominciarono ad arrivare nel 1937. Ai primi arrivati il compito di costruire la base del futuro campo di concentramento. La costruzione del lager durò un anno e molti detenuti morirono a causa del lavoro massacrante. Nel settembre del 1938 arrivarono i primi prigionieri politici e il campo fu inaugurato: era in grado di contenere ottomila internati. A guardia del campo venne posto un corpo di volontari, le Teste di Morto, specializzati nella tortura, nelle sevizie e nelle violenze. Per i nazisti, comunque, lager non voleva dire solo sterminio, ma anche manodopera a costo zero. Centinaia di migliaia di schiavi costretti a lavorare giorno e notte a ritmi disumani.
Le fabbriche tedesche ogni giorno di guerra perdevano sempre più
personale. Nel 1943 gli operai maschi erano oramai quasi tutti al fronte. Himmler decise, allora, di utilizzare in maniera
massiccia il lavoro dei deportati.
La produzione dell'industria bellica tedesca ebbe un nuovo impulso. Le più importanti aziende tedesche, fra le quali le industrie di armi Krupp, le officine Gustloff e la Siemens, stipularono contratti con le SS per far lavorare i detenuti. Le stesse SS possedevano un proprio apparato industriale. Uniformi, scarpe, gavette, munizioni, fucili, cannoni, granate, erano prodotti da industrie delle SS che avevano le proprie fabbriche
all'interno dei campi. Le altre aziende, invece, preferirono costruire propri sottocampi presso i loro stabilimenti.
Si creò, così, una rete di piccoli campi di concentramento sparsi per la Germania. Per favorire lo spostamento dei prigionieri e delle merci, nel 1943, Himmler ordinò la costruzione di una linea ferroviaria da Weimar a Buchenwald. La linea entrò in funzione il 21 giugno e da quel giorno chiunque fosse passato per la stazione di Weimar non avrebbe potuto non accorgersi di quei treni merci dalle cui fessure sbucavano mani imploranti e dal cui interno provenivano gemiti e lamenti. I deportati che sopravvivevano al trasporto venivano rapati a zero ed erano costretti a passare per le stanze di disinfezione.
Alla fine del 1942, intorno a Buchenwald, sorsero campi per la quarantena dove i detenuti venivano lasciati morire di malattie e di stenti. Servivano solo per separare i sani dai malati. I sani erano necessari alla produzione bellica, i malati erano zavorre da abbandonare. L'invasione dell'Unione Sovietica, nel 1941, segnò l'inasprimento del trattamento dei prigionieri. Il terrore e la brutalità delle SS raggiunsero un nuovo,
atroce livello: fu presa la decisione di attuare la "soluzione finale", cioè il genocidio di tutti gli ebrei in
Europa; se a questi si fossero aggiunti anche gli slavi, gli omosessuali e i prigionieri politici, tanto meglio.
Le prime vittime furono i prigionieri russi, poi vennero gli ebrei, i vecchi e i malati. Anche i medici dei lager dettero un contributo importante allo sterminio. Fu affidato loro il compito di sperimentare sui detenuti nuovi vaccini, ormoni sessuali, farmaci.
Erano specializzati nella produzione di quelli che nel cinico gergo delle SS venivano definiti "articoli da regalo", cioè oggetti preparati con parti di corpo umano e destinati ad un macabro mercato.
Infine venne dato il via anche all'operazione segreta "14f13": l'annientamento in massa degli ebrei per mezzo di camere a gas.
Finalmente, il 13 aprile 1945, gli americani giunsero alla collina di Ettesberg. Il campo era in mano ai deportati. Lo spettacolo che
si trovarono davanti era agghiacciante: ovunque mucchi di cadaveri,
ovunque resti di corpi carbonizzati.
Furono liberati 20.000 prigionieri.
Mi piace concludere con le parole di chi quell'orrore
l'ha vissuto in prima persona… per non dimenticare, mai!
"Ognuno sentiva giorno per giorno le forze fuggire, la volontà di vivere sciogliersi, la mente ottenebrarsi; e la Normandia e la Russia erano così lontane, e l'inverno così vicino; così concrete la fame e la desolazione, e così irreale tutto il resto, che non pareva possibile che veramente esistesse un mondo e un tempo, se non il nostro mondo di fango, e il nostro tempo sterile e stagnante a cui eravamo oramai incapaci di immaginare una fine. Il futuro ci stava davanti grigio e inarticolato, come una barriera invincibile. Per noi, la storia si era fermata." (Primo Levi, Se questo è un uomo)
"Quando non sarai più l'ebrea Schragenheim, ma solo un essere umano tra altri esseri umani, leggerai questo diario. Dio onnipotente, salvaci entrambe oppure facci morire insieme. Non lasciare in vita solo una di noi. Non resisterò al pensiero di non rivedere mai più la mia Felice. Non per una vita intera (Dal diario di Lilly Wust, estratto dal libro "Aimée e Jaquar". Felice non lesse mai il diario di Lilly)
"Mi domando sempre se non sarebbe stato meglio che avessimo rinunciato a nasconderci. A quest'ora saremmo già morti senza essere passati per queste miserie e, ciò che più conta, i nostri protettori non correrebbero alcun pericolo. Eppure rifuggiamo tutti da questo pensiero, amiamo ancora la vita, non abbiamo dimenticato la voce della natura, speriamo ancora, speriamo a dispetto di tutto. Pur che succeda presto qualche cosa, magari una bomba; non ci potrà fare a pezzi
più di quanto faccia questa inquietudine. (Anna Frank, Diario).
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